Si chiama ‘pregiudizio cognitivo’ ed è quel fenomeno mentale che porta l’individuo a trarre conclusioni, non necessariamente logiche e corrette, in presenza di determinati presupposti. Da questo meccanismo psicologico, ad esempio, scaturiscono gran parte dei pregiudizi nei confronti di ciò che riteniamo diverso da noi, l’impulso attacco-difesa, la scelta di acquistare un libro piuttosto che un altro. Di certo non è un istinto di cui l’uomo solitamente si vanta, ma pensiamo per un attimo a tutte le volte in cui cercherà di usarlo a proprio vantaggio: un orologio costoso esibito al polso, l’auto di lusso, la gran fica sotto il braccio. Il pregiudizio cognitivo, almeno per quanto mi riguarda, scatta anche quando mi ritrovo al cospetto di un film se scorgo uno o più di questi elementi:

  • Tratto da una storia vera
  • Remake di [Aggiungere nome di film di cui non sentivate l’esigenza di un remake]
  • Presented by [aggiungere nome di regista superfichissimo che si scoprirà non c’entrare un cazzo]
  • Vincitore di premi e menzioni in festival misconosciuti [“2° classificato al Festival Della Salciccia Spianata di Locri”]
  • Aggettivi iperbolici come “Crudelissimo”, “Disturbante”, “Ha terrorizzato l’America”, ecc.

E, da adesso, Eli Roth.

Non me ne voglia l’Orso Ebreo, che del sacro triumvirato che include anche Tarantino e Rodriguez è quello che mi sta più simpatico, ma “The Green Inferno” è un film di una superficialità e di un pressapochismo di un livello raramente così infimo.

Colpa del regista (che è anche sceneggiatore)? Diciamo che al 50% la responsabilità per la delusione data dalla visione di questa merda è anche di tutti coloro che hanno recensito il film senza averlo visto, di coloro che hanno alimentato un hype fuorviante e che, sulla base del pregiudizio cognitivo sopra esposto, si sono lanciati in parallelismi e interpretazioni che in un mondo perfetto sarebbero punibili penalmente.

Ora, che la mia recensione possa essere considerata attendibile e condivisibile se ne può discutere. Ma di due cose potete stare certi: ho visto il film (1) legalmente, su DVD regolarmente acquistato (2).

Sfatiamo quindi immediatamente i tre principali point of sales di “The Green Inferno”

NON è Remake di Cannibal Holocaust di Deodato.

The Green Inferno è il titolo della seconda parte di Cannibal Holocaust (diviso in due, la prima è “Road to Hell”). C’è l’Amazzonia, ci sono i cannibali e c’è Eli Roth che ha dichiarato che il film italiano del 1980 è stata una grande ispirazione. Punto. Basta. Fine. Con Cannibal Holocaust NON condivide la forma, la trama, le finalità, i presupposti storici (uno dei tanti: negli anni 80 non esisteva internet), lo scenario globale (negli anni 80 della deforestazione amazzonica se ne battevano tutti allegramente il cazzo).

Manca Luca Barbareschi e questo è bene. Mancano le uccisioni reali di animali e questo è benissimo. Ma manca anche (quasi) tutto il resto.

NON è (cito dalle note di copertina) “FEROCE ABERRANTE EFFERATO ESTREMO INACCETTABILE CRUDELE”.

Termini che starebbero larghi persino a film come “August Underground“, applicati al “the Green Inferno” di Roth completano l’asset markettato truffaldino tipico da direct to video (quale appunto è) volto unicamente a catturare l’attenzione degli zombie attratti dal cestone DVD in offerta Mediaworld. Tra cui il sottoscritto.

Sì, vi sono alcune scene gore (es: l’incidente aereo), supportate da Computer Graphic. Così come vi sono scene OFFSCREEEN che sarebbe costato giusto un deca di effetti speciali in più mostrare esplicitamente. Niente di impressionante, comunque.

NON è la presa in giro (e la giusta, seppur simulata, punizione) degli attivisti da tastiera, quelli che pensano di salvare il mondo con un commento su Facebook o con un tweet.

L’attivismo ecologista è il mero pretesto con cui si trascinano X americani in terra straniera e li si serve alla ormai nota esterofobia di Eli Roth, E per quanto la reale natura della spinta attivistica del gruppo sia svelata nel primo twist della trama, essa non è strumentale al dipanarsi della trama, che rimane molto semplicemente: americani in terra straniera convinti di conquistare il mondo e a cui viene rotto il culo in tempo zero. Che poi da “Hostel” (2005) sappiamo essere un tarlo mentale fisso di Roth.

No, non vedrete alcun “leone da tastiera” (es: il tipico utente anonimo di internet che guardando il video di un cucciolo maltrattato su Facebook comincia a minacciare ignoti di mosse mortali di Kung Fu e poi si caga sotto se uno zingaro gli chiede 1 euro fuori da Carrefour) subire violenze e contrappassi vari. L’aspetto “social” è davvero molto attenuato e, per quanto in parte funzionale, non aggiunge nulla di determinante allo svolgimento del film.

La trama di “THE GREEN INFERNO” (NO SPOILER, promesso)

Stati Uniti. Campus universitario a caso. La falsa magra Justine (Simona Izzo) si sveglia di mattino presto (saranno tipo le 11.30) apre le finestre e si imbambola osservando un gruppo di studenti che reclamano a gran voce maggiori diritti per gli inservienti. La coinquilina (la cantante Sky Ferreira) la riprende bruscamente per aver svegliato lei e il tizio che si è scopata duro la sera prima. Justine richiude la tenda, ma dentro di lei alberga lo spirito battagliero di un’attivista che vuole cambiare il mondo e che non attende altro che la motivazione giusta per scatenarsi in tutta la sua inutilità. L’occasione le si presenta a seguito del casuale incontro con Alejandro (Ariel Levy), leader di un gruppo di attivisti e detentore del superpotere di trasformare ogni stronzata in una causa per cui combattere rompendo le palle alla gente che lavora. Lei ne è ovviamente affascinata e questo basta per convincerla ad unirsi ad una spedizione in Perù (più o meno altezza Amazzonia) per bloccare i lavori di deforestazione da parte di una multinazionale. Scopriamo quindi che l’aristotelico motore immobile da cui tutte le imminenti sfighe hanno origine è: il cazzo.

La geniale idea è grosso modo questa: sfruttando un contatto in loco, Carlos (Matias Lopez), raggiungere l’area di deforestazione, incatenarsi agli alberi e, sfidando ruspe e vigilantes, filmare e trasmettere in streaming l’illegale disboscamento in corso. La classica operazione destinata a fallire nell’istante stesso in cui la si pensa, essenzialmente perché non tiene conto del piccolo particolare che i mercenari sono pagati per fermarti no matter what. Strano a dirsi, l’operazione, pur rivelandosi ben presto per ciò che è, vale a dire una bambinata potenzialmente suicida, viene portata a termine con successo grazie proprio a Justine, inconsapevole pedina chiave del gruppo.

Adoro i piani ben riusciti (cit.), ma è meglio riportare il culo in America, e alla svelta anche. Senonché, come nelle migliori barzellette, l’aereo su cui stanno viaggiando precipita e i superstiti vengono immediatamente circondati dal un gruppo di indigeni e condotti al cospetto del capo tribù. Una capessa, in questo caso. Tuttavia, a differenza delle migliori barzellette, ai nostri non sarà offerta la salvezza previo superamento di una prova pratica (es: “trovate dieci frutti dello stesso tipo e portatemeli”) ma, tra festeggiamenti, musiche e danze di benvenuto, l’invito a partecipare ad una sontuosa cena. Come cibo.

Il “Green Inferno” del titolo può iniziare. Al netto della prima vittima sacrificale (l’afroamericano che tradizionalmente muore per primo), smembrata come aperitivo, il gruppo viene rinchiuso in una gabbia che disattende anche le più basilari norme igienico-sanitarie. Senza smartphone con cui chiedere aiuto o quantomeno lasciare una recensione negativa su Trip Advisor, i vari personaggi hanno il tempo libero necessario a calarsi nello stereotipo che rappresentano: la donna asessuata e assennata (OK), la lesbica (OK), il tossico cazzone simpatico (OK), la biondina carina e dal QI a singola cifra (OK), il maschio alpha (OK, anche se in cattività diventa un piangina senza senso).

Pur con reazioni diverse, nessuno di loro pare trovarsi a proprio agio nella location, specie considerando la tragica destinazione d’uso alimentare cui sono condannati. Tra riti tribali, tentativi demenziali di fuga e atti di cannibalismo (onscreen fino al più bello, poi fuori inquadratura), si arriva alle fasi finali con un epilogo, un finto epilogo, e una chiosa finale inutile e, cosa ancora peggiore, imbarazzante nel suo forzato buonismo.

Buonismo che ha definitivamente rotto il cazzo.

In sintesi: consigliato o no?

Eli Roth, va detto, è tanto simpatico quanto paraculo. Dico paraculo perché ha avuto il grande talento di alzare l’asticella della violenza grafica nei film mainstream. Hostel, pompato di brutto anche da Tarantino, è, a conti fatti, infinitamente meno violento ed estremo di moltissimi altri film che però sono rimasti confinati nel circuito indipendente. La fortuna di Roth è quella di essersi costruito la fama di regista estremo pur rimanendo nel circuito maggiore, ché è dove sta il vero ca$h. Anche rimanendo nel mondo DTV, il cui volume d’affari deriva dalla vendita fisica dei supporti, i download legali e i diritti televisivi; una goccia di sangue in più e ti giochi questi ultimi, la fetta più grossa.

L’opinione negativa che ho di “The Green Inferno” non deriva quindi dal suo disattendere ogni singola promessa fatta dalle note di copertina e dal marketing tirato su per promuoverlo, e neanche dal suo proporsi in modo più o meno velato come cuginetto del classicone di Ruggero Deodato. Chi se ne frega? Il problema è che, come ho scritto in apertura, è di una superficialità disarmante da cui derivano tutta una serie di difetti oggettivi, a partire dalla trama che si regge sulla carta velina, che non possono essere giustificati da meri motivi di budget.

Discostarsi anche solo di poco da TUTTI gli stereotipi del genere horror survival non avrebbe inciso miimamente sui costi di produzione: un paio di esempi, far morire l’afroamericano per secondo avrebbe avuto costo zero, evitare di far dire: “Tranquilli andrà tutto bene, torno presto” ad una cristiana che morirà dopo 1 minuto esatto avrebbe avuto costo zero, costruire la final-girl su un modello diverso dalla figa di legno che non la dà a nessuno avrebbe avuto costo zero.

Investire parte del budget in manicure affinché la protagonista, nonché moglie del regista nella vita reale, abbia mani pulite e unghie perfette anche dopo 3 giorni di prigionia nel FANGO denota sicuramente grande amore per la sua personale Sheri Moon (Simona Izzo compare anche nel successivo “Knock Knock” del 2015 e in “The Stranger” del 2014, di cui Roth è produttore), ma poco rispetto per il minimo sindacale di coerenza che si deve conferire alla pellicola. Ai prigionieri viene negata la doccia, il cesso, vengono dissetati e nutriti il minimo indispensabile ma a partire dalla già citata Justine vantano denti bianchissimi che neanche dopo una golata di Listerine. Eppure la tintura di scena per denti costa 5 euro. Forse avrebbe attenuato quel confine netto tra americani puliti e buoni vs indigeni cannibali spietati che Eli Roth pare voler tracciare dal momento della cattura in avanti, ma se è quello l’intento rimane ancor misteriosa e inaccettabile la scelta di chiudere il film con una chiosa politicamente corretta che si vede lontano un miglio che è stata incastrata alla fine con il martello in nome di un messaggio ecologista più ruffiano che realmente sentito.

Eli Roth è un dritto che ha scambiato 16 dei miei euro con un DVD del suo peggiore film. Diciamo che mi ha un po’ inculato. E il bastardo è lui. Se dovesse riuscirci di nuovo in futuro, sarei io il coglione. E sono certo che non succederà, perché le proprie regole di vita si rispettano.

 

The Green Inferno (2013) – Eli Roth

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