Confortato da, nell’ordine, commenti positivi da parte dei recensori italiani che seguo più spesso, commenti ipereccitati degli ipereccitabili americani su Rotten Tomatoes, IMDB ecc e, last but not least, la Blumhouse Production a investirci sopra, ho deciso di vedere “Scappa (Get Out)” al cinema ieri sera. 

SCAPPA GET OUT: INTRODUZIONE

Innanzitutto giova ricordare l’esatta definizione di razzismo…

Concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.

(fonte: Treccani)

… perché rispolverare il reale significato di un termine di cui troppo spesso si abusa sia qui che oltreoceano è fondamentale per affrontare il film e comprenderne lo spirito.

Il razzismo non è una questione di diversità tra le razze, né di più o meno consapevolezza di questa diversità: è un affare politico, di soldi, di dominio e sottomissione. Qualsiasi utilizzo diverso di questa parola, specie se volto ad attaccare l’interlocutore che la pensa diversamente, denota unicamente ignoranza. La casalinga di Asti (Piemonte) che non vuole che venga istituito un centro accoglienza profughi vicino a casa sua non è razzista; esiste un termine specifico per definire il suo sentimento: paura. La curva che insulta Balotelli durante una partita di calcio non è razzista; esiste un modo specifico per spiegare la situazione: Balotelli è una pippa. 

Chiarito il concetto, Scappa (Get Out) non è razzista, tanto meno contro il razzismo. L’aura antirazzista che la critica americana gli ha superficialmente dipinto addosso è valsa al film di Jordan Peele, attore americano alla sua opera prima da regista, lodi sperticate e incassi per oltre 100.000.000 $  solo negli Stati Uniti, a fronte di un budget di soli 5 milioni. 

Jordan Peele

Persino Samuel L. Jackson e Spike Lee, notoriamente -diciamo- sensibili alle problematiche del razzismo, non si sono espressi a favore o contro il film, limitandosi a criticare il sempre più frequente uso di attori inglesi in film americani. Il protagonista, Daniel Kaluuya, è, appunto, inglese. 

TRAILER IN ITALIANO

 

Giudizio finale: consigliato o no?

Solitamente  la scaletta delle mie recensioni è: 1) Introduzione, 2) Trama, 3) Giudizio finale. Tuttavia la trama che andrò ad illustrare conterrà dettagli rilevanti alla comprensione del finale, pertanto inserisco prima il giudizio in modo che chi legge possa farsi un’idea -cioè: la mia idea- e poi, per chi ha già visto il film oppure non l’ha visto e non gliene frega un cazzo degli spoiler, la trama completa.

Nonostante venga da più parti considerato l’horror dell’anno, e nonostante io stesso lo consideri un discreto film, in cui non si scorgono evidenti difetti di direzione o di sceneggiatura, è in definitiva un frullato di mille cose già viste, tanto che ad un certo punto, se si conosce il genere, ci si tende un po’ a staccare emotivamente dalle vicende del protagonista e iniziare il giochino mentale del: “Ehi! Ma questa l’ho già vista in…”. Sono -forse- più tributi che plagi, ma al terzo deja-vu ti scende completamente l’entusiasmo. In quanti altri film abbiamo visto la scena in cui due stanno viaggiando in macchina, ridono, scherzano, si distraggono e improvvisamente succede qualcosa, come un investimento, un incidente, un’apparizione sulla strada? Mille? Di più? Ecco, questo avviene a poco più di cinque minuti dall’inizio. 

Al di là della situazione di partenza a la “Indovina chi viene a cena“, che è programmatica e intenzionale, il resto è il continuo tentativo da parte del regista di dimostrare al pubblico di essere un appassionato di cinematografia di paura e di aver ben appreso la materia di studio. Il compito, come ho già scritto, lo svolge a dovere: se fosse una ricerca scolastica sarebbe da 8/10. Tuttavia, ridimensionate le reali intenzioni di Peele, che non sono né provocatorie né di approfondimento sociale, ne esce un film che sì, si stacca dalla maggior parte della merda horror contemporanea, ma che manca di memorabilità. 

Society” di Yuzna, uno dei tanti riferimenti più o meno espliciti di Scappa (Get out), era oggettivamente un film di merda (lo è ancor di più se rivisto oggi). Ma era memorabile. Pur nella sua incontestabile minchiaggine anni ’80 se lo hai visto non lo hai dimenticato. Perché la memorabilità di un film prescinde dalla sua qualità intrinseca: è un mix di emozioni, scene, o anche solo fotogrammi, che ti rimangono impressi nella memoria, dubbi che ti rimangono anche dopo la visione. Scappa (Get Out), purtroppo, è totalmente privo di tutto ciò. 

Va riconosciuta alla Blumhouse Production la scaltrezza con cui ha deciso di far uscire una pellicola di questo tipo in questo preciso momento della storia americana. Ma lo stesso film, girato in Spagna o in Francia, da un regista più coraggioso, avrebbe avuto una resa più cruda e devastante perché il potenziale c’era. Eccome se c’era. Il problema è, e chissà per quanto tempo sarà così, è che gli americani non è che non sappiano realizzare film horror con i controcazzi: hanno paura di farlo.

Voto finale: 2.5 / 5

Il difetto peggiore del debutto di Peele è, come vedremo dalla trama e dalle leggerezze di sceneggiatura poste di seguito, è che chiede TROPPO alla sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore. Mentirei se dicessi che è un “brutto” film e magari da qui alla fine del 2017 non usciranno più lungometraggi degni di tale nome. Però chi l’ha definito l’horror dell’anno (a Maggio!) o è un gran pessimista, oppure era in vena di trollare pesantemente i suoi lettori. 

La trama di Scappa (Get Out) – Contiene Spoiler, ma di brutto proprio!

Dare del ‘nero‘ (senza la G razzista) ad una persona che in realtà è marrone non è meno offensivo di dare del ‘bianco‘ ad una persona che è in realtà rosa. Chi ha stabilito che ‘bianco‘ è meno offensivo di ‘nero‘? Che significa poi ‘di colore‘? E qual è il contrario di ‘di colore‘? Di ‘bianco e nero‘ forse?  In che cazzo di loop mentale mi sto ficcando con le mie stesse mani?

In ogni caso, per raccontare il film è necessario anche descrivere le diverse nuance di colore dei personaggi, quindi userò i termini antropologici Negroide e Caucasoide, così nessuno rompe le palle. E fortuna che non vi sono asiatici di rilievo, altrimenti dovrei usare Mongoloidi e in tempo zero il popolo del web inizierebbe ad abbaiarmi contro.

Il negroide Chris (il già menzionato Daniel Kaluuya, già visto in “Black Mirror”) è un fotografo di professione. Per fotografo di professione si intende essere pagato per le proprie foto e non dover fare matrimoni e battesimi per tirare a campare. Chiusa parentesi. Chris è fidanzato da quattro mesi con la caucasoide Rose (Allison Williams) che è tutta eccitata al pensiero di presentarlo alla famiglia: la coppia infatti sarà ospite per l’intero weekend nella tenuta di campagna dei caucasoidi alto-borghesi Armitage. All’entusiasmo della ragazza, tuttavia, corrispondono le perplessità di Chris, che teme di non esser bene accolto in quanto negroide. Ottenute le rassicurazioni del caso si mettono in viaggio.

Gli Armitage sono gente alla buona, come poteva essere alla buona lo Zar di Prussia, repubblicani che si vede lontano un miglio che sono repubblicani. Che però diventano democratici se un negroide si candida come presidente. 

L’accoglienza del padre, il Neurochirurgo caucasoide Dean è, comunque, buona.

DECISAMENTE BUONA.

Facciamo quindi la conoscenza della madre di Rose, la caucasoide ipnoterapista Missy (Catherine Keener, l’unica attrice di rilievo) e del fratello fancazzista futuro medico Jeremy (Caleb Landry Jones, dove minchia l’ho già visto?), il meno accomodante del lotto ma si sa, i maschietti hanno sempre questi istinti di protezione del territorio, non facciamoci troppo caso.

Dove minchia l’ho già visto?

Ecco dove!

Insomma, Chris non è stato solo ben accolto e accettato, ma i modi gentili, estremamente gentili, della famiglia di Rose fanno sospettare una sorta di razzismo al contrario nei confronti del ragazzo. A rovinare il quadretto idilliaco che si sta delineando, la presenza di due negroidi, un uomo, Walter, e una donna, Georgina, adibiti in apparenza a mansioni umili e di servizio: tuttofare e giardiniere il primo, cameriera la seconda. A far storcere il naso a Chris è anche l’atteggiamento dei due, che sembrano completamente assenti, si muovono lentamente, parlano a monosillabi. Tipo zombie romeriani, ma senza il morbo del cannibalismo.

Scopriamo inoltre che il weekend in corso non è stato scelto a caso, è proprio in questi giorni che si svolge l’annuale raduno familiare degli Armitage. I dubbi e i timori mostrati all’inizio da Chris tornano nuovamente, tanto che la notte prima dell’arrivo del parentado si alza dal letto e scende giù in giardino per fumarsi una sigaretta rilassante. Dopo una brevissima citazione della scena dell’infermeria de “L’Esorcista III“, viene intercettato da Missy, che lo invita in salotto per una tazza di Tè.

 

Se ti mettevi un coprispalla rosso era perfetta…

E com’è, come non è, ma parlami un po’ della tua famiglia, con me puoi essere sincero, rilassati, le sigarette sono un vizio di merda e Missy, con la sola imposizione delle mani di due chiacchiere noiosissime, ipnotizza Chris, che si risveglia il mattino dopo nel suo letto.

Sta arrivando la cricca di babbioni di Martyrs

Appartatosi in camera telefona al miglior amico, il negroide Rod, che per quanto se ne esca con un mezzo monologo contro i caucasoidi che è tanto comico quanto imperdonabile (una sorta di Tarantino wannabe, per capirci), ha la bella intuizione di scorgere nell’ipnosi subita dall’amico la notte prima una possibile chiave per dipanare il mistero attorno lo strano comportamento degli Armitage.

Chris viene presentato a tutti. Prevedibilmente, la “famiglia Armitage” è un gruppo di vecchi riccastri caucasoidi ambosessi che anche un cieco capirebbe che non sono imparentati tra loro. Tra questi spiccano immediatamente Jim Hudson, un caucasoide commerciante d’arte cieco (capite il fine sarcasmo? Commercia pezzi d’arte e non ci vede una minchia!) e l’unico negroide degli Armitage, ossia Logan King. Chris nota in lui qualcosa di familiare e prova a fotografarlo con il cellulare ma alla vista del flash partito inavvertitamente ha una reazione improvvisa, si avventa sul protagonista e gli urla: “Scappa!“. Logan viene allontanato e sedato e ad un Chris ancora scosso dall’accaduto viene detto che è epilettico ed è stato il flash a farlo scattare.

In un’ala della villa lontana da occhi indiscreti (tradotto: gli occhi di Chris, che in quel momento manifesta a Rose la ferma intenzione di andarsene), Dean mostra a tutti una gigantografia proprio di Chris e dà inizio ad un’asta. 

Sembra, ma non è una scena razzista.

Qui va ammesso che, per quanto fosse chiaro che qualche conto non tornava, la direzione in cui il film vuole andare a parare era stata celata abbastanza bene. 

L’asta viene vinta dal gallerista Jim Hudson ed è qui che il film giunge ad una svolta, anche stilistica. Gli “Armitage” altro non sono che una setta composta da caucasoidi che basa le sue convinzioni e le sue azioni sull’assunto che i negroidi siano geneticamente più forti fisicamente e i caucasoidi più intelligenti. Dean, che ricordiamo essere neurochirurgo, ha perfezionato una procedura chirurgica, la Coagula, che consente ad un anziano caucasoide di trasferire parte del suo cervello (quella preposta all’intelligenza, all’autocoscienza, alla cultura e ai ricordi) all’interno di un negroide più giovane. Si capisce quindi che Walter e Georgina altro non sono che i nonni di Rose, che hanno compiuto la migrazione da un corpo all’altro.

Quando non vengono rapiti -all’inizio del film ne abbiamo un esempio- è a Rose che spetta il compito di reclutare i negroidi il cui corpo sarà messo all’asta, recitando per mesi il ruolo di innamoratissima fidanzata. 

Riusciranno a fare lo stesso con Chris? Non svelo proprio tutto, ma da qui in poi si entra in territorio marcatamente survival e qui si rimarrà fino alla fine.

Quindi? (anche qui: contiene spoiler)

Quelle che seguono sono per me debolezze o superficialità della sceneggiatura. 

La mission della setta abbraccia in toto le teorie di James Watson , premio Nobel nel 1962 per la scoperta della struttura del DNA (mica cazzi!), che, in tarda età e quando la demenza senile era ormai oltre i livelli di guardia, dichiarò che “i neri sono meno intelligenti dei bianchi“. Opinabile, a dir poco. E infatti rappresentò la fine della carriera e la perdità di credibilità scientifica per Watson. Ma visto che, ammesso e non concesso, che le persone di colore siano più forti, perché scegliere dei riconoscibilissimi (Chris è un affermato fotografo, ad esempio, Logan viene riconosciuto immediatamente) trentenni americani? Per quanto può durare la loro prestanza fisica? Dieci anni? Forse venti? Perché a questo punto non trasferire il proprio cervello su un bambino, che garantirebbe una vita più lunga e, passato qualche anno, anche di non esser più riconosciuto?

Nel film viene suggerito che i caucasoidi non prendono anche l’identità del negroide: Logan, in origine, era Andre Hayworth; l’occupante del corpo di Walter è Roman Armitage, il nonno di Rose. Qual è il big deal, per un riccastro che si assicura un corpo nuovo? Poter fare 200 kg alla panca piana ma rimanere confinato in una villa? Come lo sblocchi il tuo iPhone con le impronte digitali di un altro? Per dirne una eh? Prendiamo Jim Hudson, ossia il vincitore del corpo di Chris. Una volta che sei nel corpo di Chris? Torni il giorno dopo alla tua galleria come se niente fosse? 

Sempre in tema di pessimi affari. Il trapianto di cervello non può essere totale, perché della vittima deve essere conservato, cito: “quel pezzo di cervello connesso al sistema nervoso“. Non mi aspettavo dettagli medici in stile Chuck Palahniuk, ma far spiegare la procedura a Jim Hudson e non al neurochirurgo è un chiaro escamotage per non dover studiare scendere troppo nello scientifico. Ma non importa. Come si vede in ben più di un’occasione, la vittima conserva nel subconscio il ricordo di sé. E questo può venir fuori nei momenti più impensati e dar luogo a situazioni pericolose. La Coagula quindi è tutto tranne che una procedura affidabile e i risultati, come ben si vede, non sono perfetti. Non si comprende perché dei ricchi, anziani ok, ma sani di mente, facciano a gara per partecipare a questa operazione, che pare più una punizione che un miglioramento della propria esistenza.

Rose rimane fidanzata per alcuni mesi (non ricordo quanti) con la vittima. Non viene spiegato nel film, ma suppongo sia un periodo congruo per capire se il malcapitato è sano oppure soffre di patologie croniche o difetti genetici. Ok, però Chris è un FUMATORE. Il ché significa che anche se in apparenza forte e prestante e anche se con l’ipnosi Missy gli ha tolto il vizio, il suo organismo è sputtanato per almeno 10, 15 anni. Se devi mettere in piedi tutta sta commedia per scippare il corpo ad un povero cristo, la primissima cosa di cui ti devi assicurare è che non sia un fumatore! Anche perché lo devi sottoporre ad un complicato intervento di neurochirurgia cerebrale e tutti sanno che non bisogna fumare per almeno un mese prima di sottoporsi ad un’operazione.

In conclusione, affrontare un film horror significa anche, implicitamente, esser disposti a sospendere l’incredulità per un’ora e mezza. Ci sta, altrimenti ti vai a vedere una commedia drammatica che in Italia ne esce tipo una al mese. Però questo accordo che si fa col regista decade d’ufficio quando scopri  che tolta la messa in scena (ottima, esteticamente), la tensione (poca, ma c’è) e i momenti da salto sulla poltrona (tre) c’è veramente poco, poco altro se non tanta, troppa superficialità.

Approfondimenti

Scappa / Get out (2017) – Jordan Peele

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