Con le decine di milioni di euro risparmiate dalla RAI in seguito all’eliminazione dai Mondiali della nostra Nazionale (Sky e Mediaset si sono spartiti i diritti televisivi), era lecito aspettarsi un’edizione con i fuochi d’artificio: ospiti di superlusso, una cordata di conduttori, fregne che escono anche dal pavimento, scenografie da film di Spielberg. E invece, pare, non sarà così. Un po’ sottotono causa imminenti elezioni e la promessa -purtroppo pienamente mantenuta!- di mettere al bando le solite canzonette, parte anche quest’anno la kermesse del Festival di Sanremo 2018. 68° edizione del Festival della canzone italiana. A fine serata, al Dopofestival, Mario Luzzato Fegiz dichiarerà a gran voce: “Si può fare audience anche con canzoni impegnate!”. No, carissimo. A tirar su lo share è stata per lo più la presenza di Fiorello. 

Ma come ogni anno, vediamo le canzoni una ad una…

Annalisa – Il mondo prima di te

Iniziamo con un bel mixone di “Incomplete” (Backstreet Boys) + “Radioactive” (Imagine Dragons) + una spruzzata, abbondante, di Lana Del Rey (a caso).
Ballata romantica urlatissima perché si. Classicone sanremese che punta alla top 3, con l’unico problema che la pur bella brava interprete ha il carisma e la simpatia di un portone per garage. A fine serata le sue quotazioni saliranno del +500%, essenzialmente per mancanza di concorrenza degna di tal nome.
 

Ron – Almeno pensami

Dopo la timida prova tecnica dell’anno scorso, Rosalino va ALL-IN e si gioca meglio l’endorsement di Lucio Dalla. Ma perché limitarsi quando, con inaspettato istrionismo, si può interpretare la canzone proprio come l’avrebbe fatto la buonanima? Resta però il fatto che se Lucio Dalla fosse ancora vivo, “Almeno pensami” sarebbe una b-side. Però fa il suo effetto, almeno sulla giuria demoscopica, che lo inserirà in zona blu.
Dimenticata dopo 5 secondi.
 

The Kolors – Frida (mai mai mai)

I partenopei con pettinatura a schiaffo, usciti qualche anno fa dal vivaio di Amici abbandonano  la lingua inglese per un paio di motivi tipo: se non canti in italiano ti bloccano all’ingresso dell’Ariston. Evidente traduzione di un loro brano inedito, la canzonetta che punta – giustamente- più all’air play che al podio. Carino, seppur niente di particolarmente virtuoso, l’assolo in chiusura di canzone. Gli under 20 la troveranno interessante.
 

Max Gazzé – La leggenda di cristalda e pizzomunno

 Vestito come il Mago Otelma, il buon Max prova ad innalzare il livello culturale del festival musicando l’omonima, triste, novella pugliesa. Appeal radiofonico fisso a meno mille, la critica in visibilio. La domanda è: ma perché?
 

Ornella Vanoni feat Bungaro e Pacifico – Imparare ad amarsi

 Direttamente dalla Piramide di Cheope. La quota over60 é Breve e indolore: testo retorico. Puramente volumetrico il supporto sul palco di Bungaro (minchia come è invecchiato!!!) e Pacifico.
 

Ermal Meta / Fabrizio Moro – Non mi avete fatto niente

Pluriannunciata canzone sul terrorismo.  Unico testo più o meno politicamente impegnato ammesso in questa edizione pre-elezioni. Madonna che paranoia. Durante il Dopofestival i giornalisti  gridano allo scandalo: la canzone sarebbe è un rehash di un vecchio pezzo sanremese di uno degli autori. Siamo in Italia: i regolamenti sono fluidi quando serve.
 

Mario Biondi – Rivederti

 La profonda e inconfondibile voce del cantante catanese intona una canzoncina jazzy confidenziale che starebbe bene in un film della Disney che, per fortuna di tutti, esiste solo nella testa del buon marione. 
 

Riccardo Fogli / Mauro Facchinetti – Il segreto del tempo

 Versione parzialmente scremata (60% in meno) dei Pooh. Altra obbligatoria quota over 60 soddisfatta con una canzone sull’amicizia, un’amicizia vera e sincera come solo quelle nate alla bocciofila. La giuria demoscopica non apprezzerà, schiaffando -quasi a sorpresa- il duo in zona rossa a fine serata. Facchinetti in pieno overacting: Cuore diventa Quaaaree..
 

Lo stato sociale – Una vita in vacanza

L’unico, e ripeto, unico brano un po’ scanzonato di questa edizione. Tanto da farlo apparire fuori contesto. Come fuori contesto è la ballerina 83enne per cui – ignorando completamente la canzone– tutti hanno temuto per le articolazioni. Scimmiottare Rino Gaetano comunque è una bella idea, vista l’annata. Ma Occidentali’s Karma è distante almeno un paio di anni luce.
 

Noemi – Non smettere mai di cercarmi.

 
Cioè: fammi stalking come se non ci fossero un domani e tipo 200 Leggi promulgate negli ultimi anni dalla primaria fonte di diritto italiana: il culo. Commenterei oltre se, oltre a qualche eeeeeeeeeeeeeh da pescivendolo, avessi capito qualche parola.
 

Enrico Ruggeri (cioè i Decibel) – Lettera dal duca

Una reunion desiderata a gran voce da un nutrito gruppo di fan, pari a dodici, della storica band. Il titolo, programmaticamente, assolve la band dal riprendere il giro armonico di “Starman” di Bowie e spararsi un ritornello che è poco più di una supercazzola in full-english.
 

Elio e le storie tese – Arrivedorci

 La mancanza di Rocco Tanica si sente come si sentiva la mancanza di Bill Berry nei R.E.M. Pezzo di addio autocelebrativo. Per la serie: ci avete trascinati qui con la forza, e allora ci facciamo i cazzi nostri. Innocui e dimenticabili. Delusione. Tristezza. Tanta tristezza.
 

Giovanni Caccamo – Eterno

 
Sono le 23.31. Ennesima nenia da cantante confidenziale da sagra paesana, di cui perdi memoria dopo 16 secondi. Mi schiaffeggio per rimanere sveglio. Pezzo debole, che non graffia. Il pubblico gradisce, comunque.
 

Red Canzian – Ognuno ha il suo racconto

 Un altro Pooh concorre in solitaria per conquistare l’ambita vittoria. E che ci provi con tutti i mezzi è innegabile: voce, ritmo, convinzione. Ma mi cade sul testo (verboso: “un suo esclusivo cantooo” ?) paternalistico supponente da pensionato che lui sì che la sa lunga. 
 

Luca Barbarossa -Passame er vino sale

 La canzone, in romanesco, viene presentata come “malinconica”. Già pregusto le martellate sulle palle. Target: Roma e dintorni. Il televoto incide al 30%. Salvo complicazioni podio assicurato.
 

Diodato e Roy Paci – Adesso

Il direttore artistico Baglioni deve essere stato chiaro: “quest’anno dobbiamo attentare all’apparato riproduttivo del pubblico, lascia “toda joia toda beleza” a casa, grazie“. Il simpatico siciliano di Augusta risponde all’appello trascinandosi dietro Diodato e portando sul palco una bella e malinconica canzone, come da diktat. Anche per loro zona rossa demoscopica, tra le più ingiuste della serata.

Nina Zilli – Senza appartenere

La presenza, la voce, la classe della Zilli, salva – seppur in parte- l’ennesimo LENTONE STRACCIAPALLE di questa edizione, che si fa carico dell’obbligatorio “pezzo sulle donne” che l’anno scorso fu appannaggio di Paola Turci. No ma dai, ma che é?
 

Renzo Rubino – Custodire

La quota arcobaleno dell’anno porta sul palco Renzo Rubino (quello de “Il postino”), il quale presenta una melodia tipicamente sanremese, estremamente difficile da interpretare, specie considerando l’ora tarda e l’ovvia emozione. Ma anche qui, siamo in pieno territorio del domani mi sarò completamente dimenticato di te.

 

Enzo Avitabile / Peppe Servillo – Il coraggio di ogni giorno

 
Pur non standomi simpatico Avitabile (ma ne riconosco l’enorme talento artistico), questa è una delle canzoni più belle: un folk dall’incedere drammatico e chiosa finale in napoletano. Ovviamente anticommerciale, non è neanche stato realizzato un video ufficiale. Zona rossa a fine serata dopo che quei coglioni dei demoscopici hanno detto la loro.
 

Le vibrazioni – Cosi sbagliato

 
Reunion alimentare, un po’ per volere della direzione artistica, un po’ perchè le bollette non si pagano da sole, de Le vibrazioni. Pezzo tipico per la band, atipico per il clima del festival, il cui diktat è: tristezza, tristezza, tristezza. Sicuramente penalizzati dall’essere l’ultima band in gara. Con i testicoli del pubblico già irreversibilmente in orchite dopo le 19 esibizioni precedenti.
 

Sanremo 2018: la recensione di tutte le canzoni in gara

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