C’è un proverbio che dice: se metti una goccia di vino in un bicchiere di piscio, ottieni piscio; se metti una goccia di piscio in un bicchiere di vino, ottieni piscio. Non ho mai realmente capito l’utilità quotidiana di quella che -con minimo atto di fede- ho sempre assunto come una profondissima saggezza popolare. Fino a quando non ho avuto modo di vedere qualche film prodotto/distribuito in esclusiva VOD da Netflix, i cosiddetti: “Originali Netflix”. Ne cito qualcuno. “Special Corrispondents“, commedia, con Eric Bana e Ricky Gervais; “Altruisti si diventa“, commedia drammatica, con Paul Rudd (che non mi frega nulla che i minchietta lo associno ad Antman, per me rimarrà sempre Mike il fidanzato di Phoebe in Friends); “Hell or High Water“, noir/western moderno con Jeff Bridges. Indipendentemente dal genere, dal regista, dagli attori, la filosofia Netfilx and Chill è un fattore contaminante che standardizza il tutto.

Netflix and Chill, appunto, una vera e propria vision che potrei riassumere in 3 punti.

  1. Zero paranoie. Succede quello che deve succedere: finito il film si scopa, senza stare a deprimersi su quanto sia brutto il mondo e cattivo il genere umano;
  2. Finali aperti o da interpretare sono il male assoluto: finito il film si scopa, non si sta tre giorni a discutere se la trottola cade o continua a girare;
  3. I colpi di scena sono come i colpi sotto la cintola. Ossia Proibiti: finito il film si scopa, non si deve discutere su chi aveva capito cosa e quando.

E’ un male? Assolutamente NO! Soprattutto per me che ho gusti cinematografici che se li definissi coatti peccherei di eccessiva autoindulgenza. Tuttavia il bollino “Netflix Originals” è vero che di per sé non spoilera nulla però mette in chiaro sin da subito che sì, guarderò un film tra il discreto e l’ottimo, ben diretto ed interpretato, con un discreto budget, ma di cui, terminata la visione, non mi fregherà più un’emerita. 

I Don’t Feel at Home in This World Anymore: la recensione

Curiosamente, l’opera di esordio di Macon Blair (classe ’74, attore in quella cafonata fighissima di “Murder Party” di Jeremy Saulnier) non pare essersi lasciata contaminare dalla già menzionata goccia di urina della produzione. No, si è sottoposta ad un’estensiva golden shower da parte di Netflix, di proporzioni tali che se trasposta in video verrebbe censurata persino su PornHub. 

La storia raccontata in “I don’t feel at home in this world anymore” è, sulla carta un noir metropolitano, fatto di persone comuni che si sono rotte il cazzo delle storture del mondo, malviventi, poliziotti indolenti, assassini, ricettatori, rapinatori, figli indegni. E questa storiaccia è anche messa in scena alla grande giocando a mixare generi diversi (buddy movie, home invasion, survival…) mantenendosi sempre coerente all’impianto di base che, almeno nominalmente, è quello del thriller.

Ma lo fa senza disturbare (diktat #1), a bassa voce, con l’intonazione delicata che ritroviamo nella protagonista, Ruth, nel modo più lineare possibile (diktat #3) dall’inizio alla fine (diktat #2). 

Ci si può al limite soffermare su quale sia la morale del film, in caso ce ne sia una. Potenzialmente, una piccola Ruth alberga in ognuno di noi se ci fermiamo a pensare all’ingordigia e alla miopia dell’essere umano, ancorato con unghie e denti ai propri piccoli privilegi, pronto a mentire e tradire per assicurarsi un minimo vantaggio, economico e non, sul prossimo. L’uomo comune che quotidianamente subisce silenziosamente abusi da governi, banche, multinazionali e poi uccide un suo simile per questioni di parcheggio. Più di tutto Ruth è una donna sola, e le poche persone con cui interagisce minimizzano (non c’è cosa peggiore) i suoi turbamenti. Il suo cambiamento non avviene quando arriva al culmine della sopportazione, ma quando incontra Tony (Elijah Wood, qui nel ruolo di spalla involontariamente comica), il primo -e unico- a volerla seriamente e sinceramente aiutare in tutta la vicenda.

La trama (senza spoiler, ma ricordatevi le tre regole del manifesto Netflix)

Siamo in un ospizio americano di quelli con una certa dignità, cameretta singola, LCD e infermiera dedicata. Una graziosissima anziana wasp tira le cuoia, non prima però di un breve sproloquio razzista contro gli afroamericani. Se ci schiaffasse anche un bel bestemmione in mezzo penserei che per questa comparsa lo sceneggiatore si è ispirato a mia nonna. A raccogliere le ultime parole della vecchia c’è l’infermiera Ruth (Melanie Lynskey, la Rose di Due Uomini e Mezzo). “Ha detto qualcosa prima di morire?“, chiedono i parenti. Ruth, giustamente, glissa.

Tenete il vostro cazzone da scimmia lontano dalla mia bellissima figa” (cit.) – Stia tranquilla, signora.

Tornata a casa, con la mente già in overload da decine di input negativi (smog, cronaca nera, avventori di un bar che ti spoilerano il libro che stai leggendo), trova, oltre alla quotidiana scagazzata di cane sul suo prato, l’appartamento devastato dai ladri. Sono stati rubati, nell’ordine: pc portatile, argenteria della nonna e psicofarmaci. Gli agenti intervengono e raccolgono la denuncia. A questo punto Ruth si aspetta che partano delle indagini tipo CSI, con i detective che interrogano possibili testimoni, prendono impronte, torchiano i sospettati, incontrano i loro informatori in bar malfamati per risolvere il caso. Ma quando mai: il furto che Ruth ha subito non è che uno dei tantissimi casi minori che rimarranno irrisolti. La sera, a cena dalla sorella, si sfoga alla ricerca di conforto. Ma quando mai: hai una vita bellissima, pensa a chi sta peggio, bisogna avere molta pazienza signora mia, il bonifico a Suo favore è stato messo in pagamento questa mattina…ecc. ecc.. Insomma, il bignami delle stronzate che un essere umano ti dice quando proprio non ha testa di starti ad ascoltare. 

Qui il diagramma di flusso della sceneggiatura potrebbe sviluppare la situazione in una versione acida -e ben più giustificata dell’originale- di “Un giorno di ordinaria follia” (Joel Schumacher), ma arriva l’omino Netflix in tutta fretta, si cala i pantaloni e dice: “Dov’è che devo pisciare?”.

Ruth decide quindi di indagare per conto suo facendosi aiutare da Frodo Tony, suo vicino di casa e wannabe ninja/wannabe hacker/wannabe cop.

Wannabe BADASS muthafucka

Come in un GDR (molto) semplificato, ad ogni indizio raccolto i due avanzeranno nella storia attraverso diverse situazioni e scenari che li porteranno prima al recupero della refurtiva poi alla scoperta dei colpevoli, ossia una gang composta da tre piccoli malviventi che compie piccoli furti al fine di potersi permettere l’armamento necessario a portare a segno una rapina in una villa. Insomma, oltre ai soldi, l’accesso alla Serie A della criminalità passando dalla porta principale.

Siccome “I don’t feel at home in this world anymore” è anche, e soprattutto, un film di sfigati il colpo della vita andrà in merda e il sanguinario showdown finale tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, tra Ruth e il principale villain, si trasforma ben presto in una lotta per la sopravvivenza in pieno stile survival.

In sintesi: consigliato o no?

Senza problemi: Si. Il film ha raccolto recensioni positive un po’ ovunque (7/10 su IMBD, 90% su Rotten Tomatoes ecc) e, a mio parere, sono meritatissime. A pieno titolo, inoltre, il premio come miglior film drammatico al Sundance 2017. Racconta una storia, la racconta dall’inizio alla fine e, nonostante il regista sia esordiente, lo fa in modo coerente per tutta la durata, senza buchi evidenti e senza pretendere troppo dalla sospensione dell’incredulità dello spettatore. Il trailer, forse, è un po’ fuorviante in quanto presenta il tutto con una veste fortemente ritmata e umoristica che, in fin dei conti, non rispecchia l’anima della pellicola.  “I don’t feel at home in this world anymore” ha una partenza diesel (i primi 20 minuti sono letargici) e anche in seguito si concederà lunghe pause e silenzi, sprazzi di comicità , inquadrature statiche per poi accelerare improvvisamente nelle scene d’azione e non lesinare in sangue e violenza quando il contesto lo richiederà. 

Visto una volta e, per motivi di recensione, una seconda volta. In entrambi i casi non mi sono annoiato. 

Voto finale: 4/5

Approfondimenti

 

I Don’t Feel at Home in This World Anymore (2017) – Macon Blair

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