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C’era davvero bisogno del sequel di un film cult, Blade Runner (Ridley Scott, 1982), uscito trentacinque anni orsono e che ha fatto addormentare un’intera generazione di (oggi) quarantenni? Probabilmente NO. Tuttavia, il 2049 di Villeneuve (Arrival, Sicario, Enemy ecc.), con alle spalle la produzione proprio di Ridley Scott, che si incastra (ed espande, con rispetto) perfettamente nell’ideale continuity dell’originale è un’opera che ha una sua logica d’essere, merita una visione -ovvero: merita una visione al CINEMA, diversamente si perde l’80% del wow-factor dato da fotografia e scenografie- e forse anche più di una.

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Tratto dal romanzo “Dog Eat Dog” (1995) di Edward Bunker, il DTV del 2016 di Paul Schrader ha invero trovato un posticino nelle sale italiane (pochissime, a Torino solo due cinema d’essai) in questi giorni. Visto ieri sera (19/07, spettacolo delle 21.15) nell’unico cinema di Torino che lo proiettava doppiato, il Fratelli Marx (a chi interessa, nell’altro cinema, quello di Via Carlo Alberto, lo danno in lingua originale), presenti in sala io, JLP e altre sette / otto persone.

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C’è un proverbio che dice: se metti una goccia di vino in un bicchiere di piscio, ottieni piscio; se metti una goccia di piscio in un bicchiere di vino, ottieni piscio. Non ho mai realmente capito l’utilità quotidiana di quella che -con minimo atto di fede- ho sempre assunto come una profondissima saggezza popolare. Fino a quando non ho avuto modo di vedere qualche film prodotto/distribuito in esclusiva VOD da Netflix, i cosiddetti: “Originali Netflix”.

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Se sei un appassionato di scommesse sportive non puoi non aver sentito parlare di Betfair, la celebre agenzia inglese di scommesse online che, fondata nel 2000, nel 2011 è diventata la più grande al mondo nel campo del betting exchange (su questo punto tornerò dopo e. più diffusamente, in un post separato). Inoltre, con la recente fusione con il colosso irlandese Paddy Power avvenuta a inizio 2016, Betfair è entrata nell’olimpo delle maggiori agenzie di scommesse sportive del mondo, arrivando a fatturare quasi mezzo miliardo di dollari l’anno.

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Colpevolmente lisciato durante il periodo di programmazione nei cinema (sia a Febbraio che ad Aprile), con l’uscita del Blu Ray ho finalmente visto “Lo Chiamavano Jeeg Robot”. E com’è? Com’è?! Guarda, mio anonimo e immaginario lettore, anche dopo aver inserito ogni forma di patriottica esaltazione alla voce ‘tara’, potrei riassumere questa recensione con una sola parola: stupefacente

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Inizio con una rivelazione shock. Da che ho memoria -e si parla davvero di tantissimi anni fa a oggi credo di aver visto ogni edizione di Sanremo. Lo considero, e so bene quanto possa sembrar patetico, il riproporsi puntuale e rassicurante di una trasmissione televisiva che quando ero bambino non era solo una competizione canora ma un evento capace di fermare l’Italia. Ebbene sì, è esistito un mondo senza internet, con televisori 32″ del peso di otto tonnellate da cui si vedevano Rai 1, Rai 2, e Rai 3. In quel medioevo solo tre cose erano in grado di immobilizzare le famiglie di fronte alla tv: il discorso del Presidente il 31 Dicembre, i Mondiali di calcio e, appunto, il Festival della Canzone Italiana.

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Si chiama ‘pregiudizio cognitivo’ ed è quel fenomeno mentale che porta l’individuo a trarre conclusioni, non necessariamente logiche e corrette, in presenza di determinati presupposti. Da questo meccanismo psicologico, ad esempio, scaturiscono gran parte dei pregiudizi nei confronti di ciò che riteniamo diverso da noi, l’impulso attacco-difesa, la scelta di acquistare un libro piuttosto che un altro. Di certo non è un istinto di cui l’uomo solitamente si vanta, ma pensiamo per un attimo a tutte le volte in cui cercherà di usarlo a proprio vantaggio: un orologio costoso esibito al polso, l’auto di lusso, la gran fica sotto il braccio. I

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A disposizione su Netflix, ai tempi in cui l’ho visto, un mesetto fa, era inserito contemporaneamente nelle categorie horror, thriller, drama, commedia, film internazionali. Youporn ha fatto scuola: in un sol colpo quintuplichi il tuo catalogo video. Miss Violence (2013) è un film di Alexandros Avranas che vede la messa in scena di un drammone familiare bello pesante come metafora della crisi economica in terra ellenica, che nell’anno di uscita del film, il 2013 appunto, raggiunse un livello di emergenza tale da portare la nazione ad un passo dal default e fu solo una corposa respirazione artificiale (leggi: soldi) di UE e Fmi ad evitare la catastrofe.