La memoria di ognuno custodisce uno o più episodi imbarazzanti, ripensando ai quali si sorride amaramente o si viene percorsi da un fastidioso brivido lungo la schiena. Indipendentemente dai sentimenti che certi ricordi suscitano, l’impossibilità di rimuoverli o sovrascriverli è un’inamovibile certezza: sono marchi indelebili con cui bisogna convivere.

La mia vita, inutile precisarlo, è costellata da vicende catalogabili come imbarazzanti e ancora molti vergognosi copioni già scritti non aspettano altro che il mio contributo da Oscar. Tuttavia, per quanto svariati anni mi separino dalla dipartita da questo mondo, so per certo che niente potrà mai superare la storiaccia malata che sto per raccontare. Una vicenda perversa che ha per protagonisti un piccolo maniaco sessuale, il timore di Dio e un panda la cui unica colpa fu quella di essere vagamente antropomorfo.

The Day I fucked a panda

Il periodo che precede l’episodio -che si svolge ai tempi delle scuole medie inferiori, quando avevo 13 anni- è caratterizzato dalle grandi aspettative che i miei genitori riponevano in me. E dal conseguente desiderio di fornirmi un’istruzione adeguata, in un contesto lontano dai teppisti, spacciatori e piccoli gangster che imperversavano nel mio quartiere. Da lì la rottura del salvadanaio e l’iscrizione ad una scuola media privata cattolica (salesiana, per la precisione), unica alternativa ad un’adolescenza passata in strada.

La scuola cattolica. Quella scuola cattolica. Un mausoleo dei primi del ‘900 le cui mura grigiastre cingevano, oltre alle aule, parrocchia, campo da calcio e cappella riservata agli studenti. Femmine  e animali non ammessi. I miei genitori mi avevano strappato al ghetto per affidare la mia innocenza al regno dell’ipocrisia, dove la fede è un sottile cellophane che conserva, ma malamente nasconde, opportunismo, corruzione e il diabolico ghigno del Dio Denaro. Il porto franco di quella misericordiosa equità che Gesù aveva sognato per l’umanità: punizioni corporali, voti comprati, pagelle gonfiate e la cospirazione dell’Associazione Genitori e Insegnanti che stilava l’infame graduatoria delle presunte capacità economiche degli alunni (o meglio, delle loro famiglie di appartenenza). Per i pochi eredi del nulla piccolo borghese, che non portavano in dote assegni o contanti -oltre alla salatissima retta scolastica-, le possibilità di sopravvivenza in un ambiente così ostile erano legate al mettersi al servizio dei rituali cristiani: servire messa, mendicare con un basco in mano durante la questua, partecipare al presepe vivente durante il Natale.
Neanche sotto tortura rivelerò a che prezzo comprai il diploma delle medie con una striminzita, politica, sufficienza.

Le attività parascolastiche del programma prevedevano, ogni Giovedì mattina, la confessione. Obbligatorio, per tutti gli alunni, presentarsi in chiesa per il settimanale condono dei peccati. Il colloquio privato con il prete era, in quanto credente e fin troppo praticante, un momento di reale avvicinamento a Dio. Momento che però veniva puntualmente sporcato da interrogazioni di questo genere: ‘Dimmi, ti tocchi?‘. Il problema era che non comprendevo il significato della domanda. Mi toccavo? In che senso? E mentre riflettevo: ‘Nel nome del Signore ti perdono per i tuoi peccati…‘ . Fu solo dopo molto tempo che riuscii ad associare -seppur in modo confuso, intuitivo e con un livello ancora troppo alto di astrazione- l’atto di ‘toccarsi’ alle diverse forme e dimensioni che il mio pene assumeva di tanto in tanto senza una ragione evidente.

Uscivo dalla chiesa con quelle strane domande ancora nella mente e tornavo a sedermi al mio banco. La vita in aula era la riproduzione in scala delle discriminazioni socio-economiche del mondo degli adulti.  Le scuole elementari mi avevano già preparato all’umana usanza di circoscriversi in branchi (per poter liberamente esercitare il proprio, inalienabile, diritto al pregiudizio) ma riprogrammare le mie tecniche di interazione sociale richiese comunque un po’ di tempo: coesistere con il “Gruppo dei piccoli mafiosi” e il “Club dei figli di medici” richiede strategie estremamente diverse.

Durante le lezioni, gli intervalli e in mensa spesso mi capitava di intercettare frasi come: ‘devi provare ad immergere la mano nell’olio d’oliva…‘ , oppure ‘no, con il dito mi fa schifo, preferisco un wurstel…‘.  La scuola cattolica degli anni ’80 non era certo lo scenario ideale per una sana educazione sessuale e quindi i primi rudimenti di masturbazione erano affidati al passaparola, alla sperimentazione privata e alla successiva delazione. Discorsi da uomini, insomma. Discorsi dai quali ero escluso: ‘sei ancora piccolo…‘, ‘devi ancora crescere per sapere certe cose…‘ mi veniva risposto ogni qual volta mi avvicinavo ai vari gruppi di discussione per chiedere, timidamente, delucidazioni.

Tornavo a casa dopo una dura giornata di studio, di preghiera e sanguinarie fantasie omicide con l’unico desiderio di rilassarmi sul divano guardando cartoni animati ma mia madre, cambiando canale e sintonizzando la tv su una telenovela argentina: ‘ormai sei grande per i cartoni!‘. La sensazione di essere perennemente fuori target mi perseguita ancora oggi.

Mi chiudevo nella mia cameretta, il mio personale santuario, l’unico luogo al mondo dove potevo essere me stesso, e iniziavo a fare compiti: matematica, italiano, geografia. No, a geografia non ci arrivavo, tempo mezzora di scrivania e di silenzio e negli slip sentivo qualcosa che prima spingeva per uscire poi, trovato il modo di sgusciare fuori, si presentava ai miei occhi per richiedere il suo quotidiano tributo di attenzioni. Il prete, con quel suo strano odore di incenso misto a biancheria usata, si materializzava nella stanza: ‘Dimmi, ti tocchi?‘, mi alzavo di scatto, aprivo il cassetto, indossavo due maglie avvolgenti e tornavo in sala. Un paio di minuti di drammi sentimentali e l’allarme rientrava. Poi entrava in scena Veronica Castro. In costume da bagno.  Con una finta di corpo distraevo mia madre e mi richiudevo in camera.

Insomma, indottrinamento, forzata asocialità e soap opera del terzo mondo non inibirono il sibilo dei missili ormonali in arrivo; al contrario, poco prima della loro detonazione,  questo mutò in qualcosa di più simile all’irresistibile canto delle sirene: ‘che te ne fai dei cartoni? sei un maschio, ci sono modi più divertenti per trascorrere il tempo..‘; le cose precipitarono quando queste voci iniziarono a provenire non più dalla mia testa, ma dalle calde e pelose labbra del gigantesco panda che i miei genitori avevano regalato a mia sorella.

Continua…

The day I fucked a panda – part 1

Category: Novels
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