Mi sveglio presto, come ormai d’abitudine. È la mia, di versione mattutina, verdognola e rincoglionita -non un bello spettacolo, lo sai- , la prima immagine a riflettersi nei miei occhi. Sigaretta libera. Ho una teoria interessante a riguardo: posta nelle mani sbagliate, la libertà porta all’autodistruzione.

Giorno 1.

Cambio di lenzuola. Obbligato. Quel sentore di te, di noi, della carne e del sudore, non era più la mia esclusiva proustiana madeleine; le nostre tracce erano diventate mensa per aracnidi e mordaci insetti. Ho spinto nel sacco della biancheria sporca anche l’evitabile colpo basso, dritto dritto sulle palle, proibito sin dai tempi in cui Chuck Norris travestito da Bruce Lee, sconfisse Bruce Lee travestito da Chuck Norris. Applicazione pratica della Filosofia del Calcio Balilla: la colpa è sempre dell’altro.

Giorno 2.

Previsto: il tempo passato ad affilare il Rasoio di Occam. Fuori programma: il numero abnorme di tagli che mi sono inflitto. Come sempre: Non preoccuparti per me. Se gli umani sapessero quanto può essere semplice e crudele la logica lineare che si cela nelle cose della vita, non prostituirebbero la loro anima a santoni, maghi e sciamani. Dovrei odiarti per le tue menzogne, lo so. In realtà adoro ognuna di esse. Perché ti rendono simile a me. Amanti seriali, gli indizi che lasciamo sono solo il nostro desiderio di essere fermati.

Giorno 3.

Quando lo scimmione della Feniletilamina inizia a danzarle sulla schiena, la scimmia nuda, offuscata nel pensiero dall’astinenza, pregusta accoppiamenti chimicofisicamente improbabili. No, l’Appaloosa non può metter su famiglia con la zebra. Immagino un asettico laboratorio e uomini e donne in camice che eseguono la procedura standard su cavie sommariamente selezionate: attrazione, infatuazione, innamoramento. Stop. Ripetere operazione con altro soggetto. Il mio temporaneo esilio, qui, sta durando una vita. Eppure sono solo tre giorni. In un tempo assai inferiore ricordo di aver deciso che saresti stata il mio ‘per sempre’. Chimicofisicamente.

Giorno 4.

L’avversione per il diverso, il bianco che odia il nero che odia il giallo, si basa su un presupposto che abbiamo ereditato da qualche remoto antenato, convinto che autoingannarsi fosse il modo migliore di difendere le proprie risorse. Fuoco, ruota, pregiudizio cognitivo. Quando dissi di essere innamorato di te, persino la mia migliore amica mi confuse con un cazzo di alieno invasore del suo territorio. Per la prima volta: discriminato per motivi razziali. Un marchio perenne, invisibile anche ai raggi X, che non puoi rinnegare. E che non rinnegherai.

Giorno 5.

Non scrivermi“, “Non chiamarmi“, “Non rispondermi“. Verso i 450 V di Milgram: sperimento su me stesso un inedito livello di obbedienza agli ordini. Sottoposto a condizionamenti e privazioni estreme, un adulto perde il senno in appena quindici giorni. Un destrorso può diventare perfettamente mancino. Non ho una preparazione specifica per sopravvivere a questi meccanismi. Sto improvvisando. Tra poche ore, come ogni 29 di ogni mese futuro, l’ultimo che trascorrerò col tuo fantasma, brinderò a noi. Così, resisto alla follia.

Giorno 6.

L’imminente operazione vista da punti di vista diversi: c’è chi mi rassicura, “…è come l’otturazione di un premolare solo che ti addormentano anche il culo…“, mi dice, c’è chi preconizza invalidità e decadimento fisico, “…spero tu abbia qualche buon contatto allo sportello assegnazione cani guida…“, mi dice. Ti ho segnalata nella terza riga della lista di persone da avvertire in caso di complicanze gravi in una scala da zero a tragico caso di malasanità. Ho scelto per te uno pseudonimo. Ti riconosceresti. Non dovrebbe crearti situazioni imbarazzanti. Il tuo nome serve a me, con me, non ai paramedici.

Giorno 7.

Scegliere il minore tra i due mali equivale, in ogni caso, a far propria una delle forme in cui si manifesta male. Di norma, quella cui ci sentiamo più affini. Volgo lo sguardo al cielo invece di farmi sanguinare le nocche contro un muro. Una fottuta regola con le sue fottute eccezioni: le fitte allo stomaco sono sempre personali. F# Bm F# Bm è il drappo rosso agitato di fronte ai miei occhi, evito lo scontro facendo spazio per un’altra ultima volta che. Eppure, nei film, in sole due ore trascorrono giorni, settimane, anni. Rivedo il tuo sorriso e oggi mi manchi di più. Forse ancora di più.

Giorno 8.

Il bollettino paranoia dal reparto cervellotici va oggi in onda in forma ridotta. Oggi ci portano in esterni a respirare un po’ di sana aria di montagna. In realtà – io lo so, ho visto le foto- vogliono tentare un esperimento di elettroshock idrico gettandoci in un torrente. In programma: annegamenti commissionati direttamente da Darwin. Vorrei fossi qui. Non tanto per medicare le mie ferite. Quanto perché c’è una frase sospesa tra le mie labbra, da tempo immemorabile. Che sia la più arrugginita delle bugie o la più antica le verità è a te che vorrei lasciarla.

Giorno 9.

Sono un inguaribile disordinato. Lascio ovunque frammenti della promessa di dedicarti un pensiero in ogni giorno del mio esilio al contrario. Persone convinte di saper parafrasare le nostre metafore mi chiedono come terminerà questo diario. Non lo so, rispondo. Ho in repertorio pochi ed effimeri lieti finali, alcuni talmente remoti e trasfigurati dal tempo che son diventati falsa memoria. Leggo, in sequenza, gli appunti della settimana appena terminata. Il pubblico, al netto dei sognatori, continua a diagnosticare per me la posizione più scomoda, ai margini della scena. La vita vince sulla morte che vince sulla follia che vince sulla vita: illudermi del tuo ritorno mi consente il lusso di barare e uscirne vittorioso. Anche oggi.

Giorno 10.

Dieci giorni di sadomasochistica deprivazione sensoriale di te. Anche il più perverso e infoiato tra gli uomini, dopo appena qualche ora, griderebbe la parola di sicurezza. Io resisto, fingendomi volontario per ulteriori esperimenti. Come una cavia umana della Guerra Fredda. A volte il silenzio, così come l’indifferenza, è un veleno ad azione lenta e inesorabile. A volte è il più potente tra gli allucinogeni: sono ormai troppo in alto sulla scala di Shulgin per dichiararmi sconfitto. Non potrai infliggermi nulla di peggio di ciò che il mio cervello, lasciato solo a se stesso, sta inscenando di fronte ai miei occhi.

Giorno 11.

Congedati sognatori e idealisti, i più analitici si mettono in fila pronti ad incassare la loro vincita. È la tecnica denominata, in gergo, ‘Massive Attack‘, che consiste nello scommettere cifre assurde sull’esito più scontato di un dato evento. In confidenza, solitamente la sconsiglio, le vincite sono comunque esigue a fronte di investimenti rischiosi a triplo zero. Tuttavia, caso meno raro di quanto si pensi, il Banco ha perso: cazzi suoi, avrebbe dovuto inibire totalmente le puntate sull’esito più probabile. Per questa volta, solo per questa volta, non sarò io a pagare.

Giorno 12.

Negli ultimi due giorni, “Mens sana in corpore sano“, i medici mi hanno trascinato in palestra. Credo che nella lotta per la mia salvezza si siano ormai arresi, percepisco una sorta di accanimento nel sottopormi a svariati esercizi ginnici pur facendo attenzione a non pregiudicare l’imminente intervento chirurgico. Colgo l’occasione per confessartelo: ho una gamba, la destra, più corta di uno virgola otto centimetri rispetto all’altra. Da ancora prima di sempre. A Sparta non mi avrebbero assunto neanche come infermiera da campo. Quando verrai a trovarmi e sarò nuovamente parte della tua silenziosa felicità, ti spiegherò come sono riuscito, fino ad oggi, a non zoppicare.

Giorno 13.

Il giorno tredicesimo cade di Venerdì. Ricordo con nostalgia alcune delle mie precedenti esistenze, sovrapposte l’una sull’altra, simbiotiche e inscindibili. La maschera di Bacco cadde in terra prima di incrociarti. Come i gatti, che anticipano il sopraggiungere del terremoto. L’ultima mia versione alternativa, la più zingara di sempre, in fuga dal passato e dal futuro, fu il tuo sorriso a renderla obsoleta e inadeguata. Ci fu il tempo della superstizione e il tempo dello scientismo, strani modi per evitare di chiudere cerchi e siglare armistizi. Oggi, mi piace pensare che il destino abbia scelto per me. E abbia scelto bene.

Giorno 14.

Non ricordo chi lo scrisse, assistere alla nascita di un amore suscita sempre (un po’ di) invidia. Non so se domani, tra questuanti e testimoni di un qualche Dio, troverò anche il tuo volto al di là della mia porta. Due settimane nel limbo dei se ti cambiano. Il pensiero quotidiano doveva testimoniare, materialmente, il mio impegno a tenerti stretta a me anche nel silenzio e nella lontananza. Il più fantasioso dei poeti non potrà mai avvicinarsi alle bizzarrie di cui è capace la realtà. Ho cullato nei miei sogni le righe che avrei scritto oggi, sorridendo e soffocando la rabbia immaginando il migliore degli epiloghi. Senza riuscirci. Con questa amara verità nelle dita questo diario non è più nostro; lo consegno nelle mani di tutti gli innamorati che si devono ancora incontrare, e che saranno forti e orgogliosi abbastanza da arrendersi e da non tacersi, folli da lasciarsi vivere, stravolgere, a coloro che non credono di essere troppo marci dentro per amare e a chi sa che una donna -o un uomo- può davvero sconvolgerti la vita per la sola, semplice, ragione che esiste.

Quelle stesse persone che un giorno, io e te, invidieremo.

Strasburgo

Category: Novels
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