shejudas

Mezzanotte. Le amiche, tiepidi carboni che alimentano la mia superbia, sono andate via. Gli amanti, cosmetici di terza categoria che sovrappongo alla mia superficialità, sono stati soddisfatti. Inquieta e distesa su un letto troppo grande, nel buio ripenso a te. Se aprissi gli occhi la camera si popolerebbe di fantasmi impazziti che hanno il mio volto. Il fardello di antica violenza che mi porto dentro: sfrutta il silenzio e la solitudine per materializzarsi e terrorizzarmi. Chiudo gli occhi e ripenso a te, alle tue ultime parole. Un po’ mi manchi. Solo un po’.

Non sono una traditrice. E’ solo che desidero ciò che non ho. Che non posso avere. Che non devo avere. Ho bisogno di nuove vite da viziare e da spezzare, come faceva mio padre, nuove esistenze da soffocare, come faceva mia madre. Se mi fermo odio me stessa: delle persone come me non ci si chiede cosa, ma quando. Senza emozioni anestetiche prima o poi il sigillo chimico che imprigiona un’anima marcia e corrotta esplode. Accade sempre. Primordiale, selvaggia ferocia: figli, genitori, amici e sconosciuti, nessuno è più al sicuro. L’intera mia esistenza è rappresentata dalla fuga da un universo parallelo dove sono tutti colpevoli e io l’unica vittima e giudice e boia, un universo dove la distruzione è la linea di confine tra sopravvivenza e sottomissione. Questo è l’inferno che mi è stato riservato, senza offrirmi alcuna alternativa.

Non sono bugiarda. Ho solo paura. Di me stessa. Sfido la realtà ma distolgo lo sguardo. La verità è che se nel mio destino ci fosse stata la felicità, l’avrei già ottenuta. E’ questa, la verità, ma né tu nè Dio potete obbligarmi ad accettarla.
Dio, che perdona indistintamente scoreggioni e assassini, mi ha condannata già da tempo. Non esisto ma non posso morire, posso solo esser traghettata verso diversi livelli di insoddisfazione. Dio, prodigioso e sadico, mi strappa dalla malattia e mi attira in una galleria al termine della quale, mi assicura, c’è la ragione, il senso di tutto. Mesmerizzata dalla lontana luce, incosciente come una falena, corro a perdifiato incurante di chi e cosa calpesto. Il mio eterno supplizio è lordare il bello che mi circonda e ricominciare da zero. Perchè io, la fine del tunnel, non la raggiungerò mai.

Ti invidio, mio perduto amore. Puoi scegliere di amare, di piangere, di godere, di soffrire, di ridere, di fuggire, di rinascere ogni giorno della tua vita. Io rappresento colui a cui il libero arbitrio non fu concesso, cammino senza sosta sul molle asfalto di una tortuosa strada che non conosce bivi. Mi indichi l’albero più alto ma il mio coraggio è solo la più perversa delle tue fantasie. Non sono cattiva. Sono solo Giuda, non hai bisogno di perdonarmi per lasciarmi andare.

Stuart D

She-Judas

Category: Novels
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