La vera storia di Slavemaster

NICKNAME: SLAVEMASTER (piu’ raramente: James Turner)
VITTIME RICONOSCIUTE: 5
Beverly Bonner (49) ; Izabella Lewicka (21) ; Souzette Trouten (28) ; Sheila Dale Faith (51) ; Debbie Lynn Faith (21 – Mai ufficialmente confermata)
DONNE SCOMPARSE MISTERIOSAMENTE: 4
Catherine Clampitt (27) ; Paula Godfrey (19) ; Lisa Stasi (19), e la sorella Tiffany (5 mesi)

Slavemaster è ricordato come un Cyberkiller, ma meglio sarebbe descrivere John Edward Robinson come un dominante, bugiardo, truffaldino, omicida, carismatico, psicopatico, dissociato ladro di vibratori (vedi: oggettistica per adulti).
Robinson è un serial killer con il vizio di torturare e violentare le donne e, dopo averle massacrate e fatte a pezzi, sigillarle all’interno di barili di metallo. La prima denuncia della storia criminale/sessuale di Slavemaster tuttavia è il furto di oggettistica per adulti, per un valore di 500$, dall’abitazione di una psicologa Texana.

Anagrafica

Nato il 27 Dicembre 1943
Luogo di nascita: Cicero, Illinois USA
Maschio, Bianco Caucasico, Etero
Attuale occupazione: Serial killer incarcerato in Kansas
Padre: Henry Robinson
Madre: Alberta
Fratello: Don
Moglie: Nancy Jo Lynch (divorzio 25 Febbraio 2005)
Amante: Beverly Bonner

L’approccio in una chat BDSM

Pasqua 2000, John incontra un’anonima, e presumibilmente imbarazzata donna in un residence di Kansas City. Si erano conosciuti in una chat a tema Sadomaso una settimana prima. Durante la settimana Robinson, da consumato uomo d’affari aveva convinto la donna a sottoscrivere un contratto come SCHIAVA che la legasse a lui. La sera del loro incontro si procedette all’esecuzione degli obblighi contrattuali, nello specifico in atti di sodomia cruenta, frustate, bondage. Più tardi la donna avrebbe presentato denuncia per abuso sessuale, crudeltà psicologica e furto di materiale per adulti.
Nessuno avrebbe mai potuto sospettare le particolari inclinazioni del signor Robinson; non solo era un rispettabile e cristiano uomo d’affari, non solo aveva una moglie ed era adorabile padre di quattro figli, ma era anche uno Scout, e un insegnante part time.
Suo padre, di professione macchinista, era alcolizzato, la madre, casalinga, ossessionata dalla disciplina: all’età di quattro anni John era già irrimediabilmente corrotto da punizioni corporali e abusi materni.
All’età di 13 anni, con la sua squadra di Scout, partecipò ad una rappresentazione teatrale e, a fine show, incontrò Judy Garland, da cui ricevette un bacio sulla guancia (suscitando l’invidia degli omosessuali presenti). Secondo il Chicago Tribune, John disse a miss Gardland che avrebbe voluto diventare un prete.

Nel 1964 si trasferì a Kansas City, Missouri, dove riuscì in fretta nell’intento di far credere a tutti di essere una persona rispettabile. Iniziò a fare praticantato come tecnico radiologo, e venne assunto dal Dottor Wallace H Graham. Fu quasi immediatamente licenziato e denunciato per furto.
Nel 1970, fu arrestato per aver rubato 6.200 francobolli dagli uffici della Mobile Oil Corp. presso cui lavorava al tempo. Successivamente rubò 5.000 dollari dalla RBJones, un’altra azienda ingenua abbastanza da assumerlo.

John soffriva anche di una specie di disturbo della personalità. Giornali locali raccolsero la testimonianza di vicini di casa che lo descrivevano generalmente calmo e cordiale, ma capace improvvisamente e immotivatamente di scatti collerici violenti. Probabilmente erano i suoi segreti che scalciavano all’interno della sua coscienza.
Robinson era detentore di innumerevoli deviazioni sessuali di stampo sadomasochistico. Siccome la moglie non soddisfava queste inclinazioni era uso incontrare donne sottomesse che conosceva tramite annunci personali su giornali specializzati. Sua abitudine (usanza tipica del mondo BDSM, comunque) era far firmare una specie di contratto alle schiave. Dovere di cronaca impone di precisare che NESSUNA donna è stata uccisa durante questi incontri. Almeno ufficialmente.

Con l’avvento di internet, Slavemaster spostò la sua attenzione dagli annunci specializzati e le agenzie Escort alle CHAT e i BB. Nessuna donna è mai stata uccisa a seguito di un incontro con Slavemaster.
Fa eccezione, come vedremo, Suzette Trouten, a cui si presentò però con il nickname di JAMES TURNER.

Escogitò anche un sistema alternativo per soddisfare il suo bisogno di frustare a morte le donne mentre venivano da lui violentate. Trovò un istituto locale per senzatetto e madri nubili, e cominciò a offrire regolare supporto al centro, fornendo cibo e generi di prima necessità, e in più di un’occasione fece menzione del fatto che gli sarebbe piaciuto adottare personalmente qualcuno degli assistiti. I volontari del centro lo avrebbero, al processo, descritto come una persona gentile e cordiale, anche se rimaneva inspiegabile oltre l’umana carità l’origine della sua generosità.
Successivamente Robinson aprì egli stesso una casa-rifugio per ragazze madri, e promosse adeguatamente l’iniziativa per reperire un congruo numero di utenti. Una di queste clienti fu Lisa Stasi.

Lisa Stasi scomparve nel 1985, più meno nello stesso periodo in cui Robinson decise di adottare lei e la figlia di un anno. Quando si persero le tracce di Lisa, affidò la piccola Tiffany alle cure del fratello Don tramite un’adozione illegale. Suo fratello non seppe mai che i 5.500$ che pagò per la bambina finirono in tasca all’assassino della madre.
Il corpo di Lisa non è mai stato ritrovato, ma John ne ha confessato la tortura, la sodomia, la violenza e l’omicidio. Questo potrebbe essere il suo primo omicidio, ma più verosimilmente la prima uccisione fu quella di una ragazza di 19 anni, Paula Godfrey, scomparsa nel 1984.

Dopo questi due omicidi John si concesse una pausa, per tornare due anni dopo ad uccidere con rinnovato vigore. Nel 1987 le strade di Catherine Clampitt e di John Robinson si incrociarono. La Clampitt era una donna di 27 anni proveniente dal Texas e si affezionò quasi subito a John. Venne in seguito ritrovata decomposta all’interno di un bidone nella proprietà di Robinson.
Robinson continuò a fare affari con alterne fortune, tanto che la sua rispettabilità, a Kansas City, cominciò ad offuscarsi. E’ possibile che l’omicidio di Catherine Clampitt abbia avuto origine collerica piuttosto che sessuale, tanto che nello stesso anno (1987) finì in galera per truffa.
Uscito di prigione, incontrò Beverley Bonner (con cui intraprese una relazione) e Sheila Faith, entrambe madri senza marito. Robinson uccise entrambe continuando per alcuni mesi ad incassare il loro assegno di sussistenza sociale.
Importante sottolineare che Robinson violentò e uccise anche la figlia invalida di Sheila Faith, Debbie. Seppur paralizzata dalla vita in giù e mentalmente disturbata, non riuscì a scampare alla furia omicida di Slavemaster.
Poi vennero Suzette M. Trouten e Izabela K. Lewicka, che furono ritrovate all’interno di barili di alluminio sepolti in un’altra proprietà di John Robinson, poco fuori Kansas City.

Il caso balza agli onori della Cronaca il 6 Giugno 2000

Dopo un’indagine durata 3 mesi, il 6 giugno le autorità locali arrestano John Edward Robinson per violenza sessuale su due donne. Le ispezioni delle sue proprietà portano al ritrovamento di due corpi in decomposizione, stipati dentro altrettanti barili da 55 galloni. Da lì’ a poco la polizia avrebbe ritrovato altri tre barili contenenti tre cadaveri di donne.
La polizia ritiene che le vittime siano state adescate nel circuito delle Chat BDSM, dove il sospetto è conosciuto con lo screen name di SLAVEMASTER.

13 Giugno 2000

Vengono riconosciute le prime due vittime: Beverley Bonner, scomparsa sei anni prima. Era in affari con Robinson e si erano conosciuti durante il periodo di detenzione di Robinson (al tempo era bibliotecaria della prigione); Suzette Trouten, adescata via internet in una chat BDSM e portata nel Missouri con la promessa di una donazione di 62.000$. Il suo nome fu poi ritrovato in una lista di agenti della Hydro.Gro, società di proprietà di James Turner, un alias di Robinson.

5 Luglio 2000

Le indagini portano ad un vecchio socio di Robinson che ha confessato di aver ricevuto 50.000$ per reclutare escort disposte a prestazioni di tipo sadomasochistico. Una di queste è Paula Godfrey, misteriosamente scomparsa dopo aver avuto contatti con Robinson.

14 Ottobre 2002

Durante il processo, i giurati chiamati a giudicare il caso, assistono ad una proiezione privata di un videotape filmato durante una sessione bdsm tra Robinson e Suzette Trouten. Nel video Suzette guarda verso la telecamere e si dichiara totalmente schiava di Robinson. Durante la visione del filmato molti giurati si coprono gli occhi. Al termine, si sente la voce di Robinson dire: “La cosa più importante della tua vita, è essere mia schiava”

Alla fine le vittime accertate sono 4 (+1) e altre 4 sospette. Potrebbero però esserci moltissime altre donne sepolte rinchiuse in barili in giro per il Missouri. John ha continuato a confessare altri omicidi (non dimostrati) fino alla fine del processo, conclusosi nel 2003. Durante il processo oltre alle accuse di omicidio, gli sono state ascritte inoltre numerose incriminazioni per truffa aggravata, furto, e frode postale.
Durante tutto il processo la moglie Nancy ha assistito alle sessioni in Tribunale sedendo dietro il marito. Incredula di tutto ciò che veniva detto anche quando il marito ha cominciato spontaneamente a confessare i delitti.

Attualmente John è rinchiuso nel carcere di Kansas City, e la sua esecuzione, mediante iniezione letale, fissata inizialmente per il 2005 è stata reinviata a data non definita in quanto proprio nel 2005 la Corte Suprema del Kansas ha reputato le attuali leggi sulla pena di morte incostituzional.

Venerdì, 15 Ottobre 1999. McGraw-Hill Building, New York City. Ore 23.00

Nella città che non dorme mai è del tutto naturale che parte della redazione del Business Week si trattenga in ufficio fino a tarda nottata per produrre un inserto speciale dell’omonimo magazine. Del team fa parte Nicholas White, product manager 34 enne. Nicholas è un fumatore e sarà proprio il richiamo della nicotina a condurlo verso un’avventura tanto straordinaria (nel senso di ‘oltre l’ordinario’) quanto psicologicamente cruenta.

Alle ore 23,00 Nicholas si congeda temporaneamente e raggiunge l’atrio del RockFeller Center (il McGraw è una torre aggiunta al centro nel 1972), a quell’ora praticamente deserto, per fumare una sigaretta. Tornato nella lobby, sale sull’ascensore express n. 30, un tipo di ascensore veloce che non si ferma prima di un determinato piano. Il 39esimo, in questo specifico caso.

Inizia la salita ma poco dopo l’ascensore sobbalza, le luci si spengono, si riaccendono con una breve intermittenza e, non appena tornano stabili, la corsa si interrompe. La pulsantiera emette un suono, una sorta di sibilo, ma ciò non anticipa alcunchè. L’interphone non pare aver subìto danni ma alla richiesta di assistenza nessuno risponde. L’allarme funziona ma a parte l’evidente inefficacia, ben presto si fa largo l’idea che all’interno dell’edificio non sia rimasto nessuno. Con sè, oltre ai vestiti, tre sigarette, che non fumerà, e due Rolaids (farmaci contro l’acidità di stomaco, che non prenderà per paura della disidratazione). Non ha orologio, non ha il cellulare (è il 1999), non ha acqua, non ha cibo.

Source: http://www.newyorker.com/reporting/2008/04/21/080421fa_fact_paumgarten

Il video, in fast-forward e con l’ormai classica soundtrack di tipo malinconico-inquietante (un fastidiosissimo standard che si è affermato sulle piattaforme di video sharing da cui ormai pare non si possa prescindere), mostra integralmente le successive 41 ore trascorse nell’ascensore, al termine delle quali (Domenica, ore 16.00) le porte si apriranno e Nicholas White riconquisterà la tanto sospirata libertà.

Eppure la follia era dietro l’angolo…

Facile stupirsi e indignarsi guardando gli addetti alla manutenzione che controllano gli ascensori adiacenti (19esima ora) e non si preoccupano di buttare un occhio nella cabina 30, così com’è impossibile non provare compassione e una strana sensazione di impotenza osservando lo sfortunato protagonista chiedere aiuto, cercare una via di uscita, giochicchiare con quel poco che ha in tasca, dormire, svegliarsi, meditare con la testa penzolante e accasciarsi per terra con chissà quali pensieri a rieccheggiare nel suo cervello. Anche se non si è claustrofobici non è difficile immaginarsi al posto dell’impiegato newyorkese e lasciarsi cullare da qualche sana speculazione chiedendosi: “E se fosse successo a me?“. Nicholas era un colletto bianco, non era un Marine. Non era addestrato per un tour de force mentale di questa portata. Eppure ce l’ha fatta.

In circostanze simili non sono la fame (3 settimane di resistenza, un individuo in condizioni fisiche normali) e la sete (4-5 giorni) i peggiori nemici. I pericoli maggiori provengono dalla paura e la paranoia, cui la mente, prima della definitiva rassegnazione, risponde con allucinazioni visive ed auditive, panico e angoscia della morte, autolesionismo: in una sola parola, follia.

Che cosa ha salvato Nicholas White dalla pazzia?

1. La luce

Molte delle azioni che ha compiuto durante le 41 ore dipendono dalla presenza di luce: aprire le portiere dell’ascensore, arrampicarsi sui manutengoli cercando salvezza uscendo dalla parte superiore (azione sconsigliatissima in quanto estremamente pericolosa, comunque…), mimare un “solitario” con i pezzetti di carta che ha in tasca, la stessa pressione del campanello di allarme. Azioni di fatto inutili ma che hanno l’importante scopo di tenere lucida e attiva la mente e fornire qualche breve attimo di speranza.

Lasciando da parte l’ancestrale paura del buio tipicamente umana, in assenza di luce, e durante un forte stress, la mente di un individuo non allenato a questo tipo di esperienza può in breve tempo attivare una sorta di “fai-da-te” dell’intera percezione dell’ambiente e della realtà: allucinazioni (secondo Karl Jaspers – http://www.forma-mentis.net/Filosofia/Jaspers.htm– , non una distorsione della realtà ma un piano della realtà tutto nuovo, perfettamente sovrapposto a quello oggettivo) visive e auditive, fuori da qualsiasi controllo del soggetto rese ancora più nitide dal fatto che devono sovrascrivere la semplice e totale oscurità e il completo silenzio. 

2. La conoscenza del palazzo e la consapevolezza dell’orario iniziale

Per quanto, comprensibilmente, Nicholas abbia poi riferito ( http://abcnews.go.com/GMA/story?id=4693690 ) che durante la sua prigionia sia stato sfiorato dall’idea di morire e per quanto la mancanza di un orologio e della luce solare gli avesse fatto perdere qualsiasi riferimento temporale, lavorava in quel palazzo e presumibilmente lo conosceva bene. Era a conoscenza degli orari lavorativi e dei momenti di maggiore o minore affluenza e sapeva che non era del tutto implausibile che a quell’ora, e nelle ore successive, con il McGraw vuoto, le sue richieste di aiuto cadessero nel vuoto.

Nella sua mente quindi erano gettate le basi di un fondamentale binomio, razionalizzare la situazione e porsi un obiettivo: resistere fino a Lunedì mattina. E per quanto non potesse sapere esattamente “quando” sarebbe stato Lunedì mattina aveva un dato di partenza certo: Venerdì, ore 11.00 PM. Per sua fortuna la salvezza è giunta molto prima del previsto, Domenica alle quattro del pomeriggio.

3. Nicholas era solo.

Incredibile a dirsi, ma la presenza di un compagno di sventura, che nei primi venti minuti avrebbe generato in entrambi commenti come: “Ehi! Almeno ci possiamo fare compagnia“, in una circostanza estrema come questa si sarebbe rivelata ben presto più un letale svantaggio che un vantaggio.

Quando caratteristiche utili alla vita quotidiana come la cultura, forza fisica, salute, cessano improvvisamente di avere il benchè minimo valore, la sopravvivenza diventa un fatto mentale, soggettivo, privato. Perchè soggettivi sono i modi di adattarsi alla forzata prigionia e i modi per non farsi prendere dal panico. Perchè soggettivi saranno il ritmo sonno-veglia, la resistenza agli stenti, gli appigli mentali cui affidarsi per non crollare. Un microcosmo interiore in cui rifugiarsi in cui c’è spazio per una sola persona.

In 2 metri quadri, senza acqua e con poco ossigeno sono comunque molte le decisioni importanti che -in caso di condivisione della sventura con un’altra persona- vanno prese di comune accordo: fumare, suonare il campanello di allarme, urinare, chiedere aiuto, dormire, provare a scappare. Scelte su cui non si può essere in disaccordo, perchè da ognuna di esse dipende la vita stessa del gruppo. E dopo qualche ora, se consideriamo plausibile lo scenario di due menti stressate che combattono con le proprie angoscie dando vita ad un privato ecosistema di emergenza, dobbiamo considerare altrettanto plausibile la possibilità che la convivenza forzata si trasformi nella peggiore e più sanguinosa commedia degli equivoci.