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Continua dalla parte 1 – Gambler Inside (a novel) – Parte 1

No, credetemi, la compulsione per il gioco non è un pericolo per il vero gambler. Neanche i bookmaker rappresentano una minaccia da quando hanno smesso di far credito ai giocatori declassandosi a meri attori di un contratto. Riduzione del personale. Un allibratore che ritirava giocate ‘sulla fiducia’ doveva anche circondarsi di addetti alla riscossione del credito e, va da sé, non li reclutava tra i chierichetti di una Chiesta Metodista o tra i membri attivi del movimento Porgi L’Altra Guancia.

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C’è solo una persona al mondo che può comprendere fino in fondo un gambler ed è un altro gambler. No, amici miei, non lasciatevi ingannare da immagini, parole e pregiudizi sommariamente elaborati dalla vostra coscienza. Il gioco d’azzardo non è una faccenda di denaro. O meglio, non è solo questione di soldi vinti o persi. O forse sì. Quando incontri un gambler la prima cosa che impari è che non devi mai credere ciecamente a ciò che ti racconta. Non che abbia un reale interesse a mentirti, ma se ti narra della complessità del mondo del gambling cercando di metaforizzarlo menzionando gli istinti più profondi dell’essere umano, è probabile che abbia appena scommesso che riuscirà a convincerti. Io queste cose le so perché sono un gambler, quindi potete fidarvi di me.

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Avevo uno specchio. Non un banale e dozzinale ornamento da salotto. Uno specchio magico: assorbiva completamente la mia immagine, risucchiandola dal mondo circostante e me la restituiva piena di gioia, amore, serenità. L’anticipazione di una felicità che ero giunto a percepire tanto vivida e reale da sentirmi commosso ed esitante. Gli insorti corrono verso di te, non rallenteranno neanche in prossimità di angoli ciechi ma, per una volta, non sei loro nemico.

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Arriva un giorno in cui bisogna fare i conti con le tracce lasciate dai propri errori. Quel giorno arriva. Sempre. Distorci, violenti e neghi la tua natura illudendoti che quel giorno possa non arrivare. Ma arriva. Sempre. Così ti sottometti all’ipotesi, ma ne proietti le conseguenze in un futuro ignoto e parallelo che, chissà, potrebbe dimenticarsi di te.
Poi scopri improvvisamente che quel giorno è ieri. E tutto ciò che desideri è un bagaglio leggero.

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La memoria di ognuno custodisce uno o più episodi imbarazzanti, ripensando ai quali si sorride amaramente o si viene percorsi da un fastidioso brivido lungo la schiena. Indipendentemente dai sentimenti che certi ricordi suscitano, l’impossibilità di rimuoverli o sovrascriverli è un’inamovibile certezza: sono marchi indelebili con cui bisogna convivere.

La mia vita, inutile precisarlo, è costellata da vicende catalogabili come imbarazzanti e ancora molti vergognosi copioni già scritti non aspettano altro che il mio contributo da Oscar. Tuttavia, per quanto svariati anni mi separino dalla dipartita da questo mondo, so per certo che niente potrà mai superare la storiaccia malata che sto per raccontare. Una vicenda perversa che ha per protagonisti un piccolo maniaco sessuale, il timore di Dio e un panda la cui unica colpa fu quella di essere vagamente antropomorfo.

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Milano. Ore 23,09. Camera d’albergo. Sul letto il mio corpo e il mio entusiasmo cinico e ingenuo. Sparsa per la stanza un po’ della mia vita: un notebook in stand-by, vestiti Armani, un paio di Nike, telefono cellulare e poco altro.

Sono le undici passate e c’è la mia testa, tra le sue gambe. Ho la lingua tesa e quasi dolorante e i miei gemiti sono in realtà un maldestro tentativo di partecipare alla sofisticata colonna sonora che accompagna i nostri movimenti. Nella mia mente l’immagine vivida di una mosca che ronza su una merda.
Lei mi lascerà giocare con il suo corpo e in cambio le porgerò il mio cuore, che sarà una tela su cui, emulando Fontana, praticherà dei profondi tagli.
E’ arte concettuale anche questa.

Il fatto che abbia abusato di alcool e antibiotici e mi ritrovi un uccello inservibile è tutto sommato un fattore secondario, una contingenza temporanea indegna persin di fungere da alibi. Sarà la prossimità a quel luogo caldo e umido da cui l’esistenza stessa ha inizio, ma non riesco a non pensare (ossessivamente) che la vita è stronza. Semplice e stronza.
E’ meditazione trascendentale anche questa.

La mia bocca viene risucchiata dentro fino all’utero, infilo anche la testa, mi stringo nelle spalle e penetro con tutto il torace, con la strada spianata è uno scherzo scivolare più in profondità, bacino, cosce, gambe e infine i piedi. Ora, solo ora, mi sento davvero protetto. Da me stesso, innanzitutto.

Milano. Ore 23,49. Ha un orgasmo. La osservo. E’ bellissima. Lei mi osserva come se stesse ammirando la sua opera d’arte meglio riuscita. Se potesse, piangerebbe; e sono certo che intimamente, segretamente, una piccola lacria dagli occhi verdi è scesa. Gli artisti, quelli veri, piangono dinnanzi alle loro creazioni. Perchè in ogni quadro un pezzo della loro anima si stacca e va ad abitare, per sempre, sulla tela, diventando la diapositiva più realistica del loro inconscio. Gli artisti anelano l’immortalità morendo un po’, giorno dopo giorno. Inginocchiato, il volto profuma di lei e il sangue che sgorga dal mio cuore graffiato rende ancor più colloso e fastidioso il contatto con le lenzuola.

Ripercorro, in rapida sequenza, il succedersi degli avvenimenti che mi hanno portato qui stanotte. La prima volta che la vidi fu la prima volta che scappai dinnanzi ad una donna. Troppo bella, troppo profonda. Lei era uno dei complicati marchingeni di cui si serve la vita per comunicarti -non senza un briciolo di autocompiacimento- che non vali un cazzo.
Lenti passarono i giorni, durante i quali cercai di estrarre la spada da cui ero stato trafitto. Ma questa sera ero troppo arrabbiato per sentirmi vulnerabile. Avrei affrontato anche la morte, se la morte avesse avuto il coraggio di affrontare me. Così ho affrontato lei. La teoria del caos: mutamenti, anche infinitesimali, delle condizioni iniziali di un sistema possono causare estreme conseguenze.

Milano. Ore 00,29. Luci spente. C’è la sua testa, sul mio petto. Sdrammatizzo il buio disegnando con l’indice piccole lettere sulla sua schiena. Ancora mesmerizzato da uno strano profumo di agrumi sudati mi accorgo di aver scritto “palindromo”, per ragioni a me tutt’ora ignote.

“Ti amo”.
“Ti amo”.
“Non offenderti se dormendo mi allontanerò”, mi sussurra.
“Non preoccuparti”.

shejudas

Mezzanotte. Le amiche, tiepidi carboni che alimentano la mia superbia, sono andate via. Gli amanti, cosmetici di terza categoria che sovrappongo alla mia superficialità, sono stati soddisfatti. Inquieta e distesa su un letto troppo grande, nel buio ripenso a te. Se aprissi gli occhi la camera si popolerebbe di fantasmi impazziti che hanno il mio volto. Il fardello di antica violenza che mi porto dentro: sfrutta il silenzio e la solitudine per materializzarsi e terrorizzarmi. Chiudo gli occhi e ripenso a te, alle tue ultime parole. Un po’ mi manchi. Solo un po’.

Non sono una traditrice. E’ solo che desidero ciò che non ho. Che non posso avere. Che non devo avere. Ho bisogno di nuove vite da viziare e da spezzare, come faceva mio padre, nuove esistenze da soffocare, come faceva mia madre. Se mi fermo odio me stessa: delle persone come me non ci si chiede cosa, ma quando. Senza emozioni anestetiche prima o poi il sigillo chimico che imprigiona un’anima marcia e corrotta esplode. Accade sempre. Primordiale, selvaggia ferocia: figli, genitori, amici e sconosciuti, nessuno è più al sicuro. L’intera mia esistenza è rappresentata dalla fuga da un universo parallelo dove sono tutti colpevoli e io l’unica vittima e giudice e boia, un universo dove la distruzione è la linea di confine tra sopravvivenza e sottomissione. Questo è l’inferno che mi è stato riservato, senza offrirmi alcuna alternativa.

Non sono bugiarda. Ho solo paura. Di me stessa. Sfido la realtà ma distolgo lo sguardo. La verità è che se nel mio destino ci fosse stata la felicità, l’avrei già ottenuta. E’ questa, la verità, ma né tu nè Dio potete obbligarmi ad accettarla.
Dio, che perdona indistintamente scoreggioni e assassini, mi ha condannata già da tempo. Non esisto ma non posso morire, posso solo esser traghettata verso diversi livelli di insoddisfazione. Dio, prodigioso e sadico, mi strappa dalla malattia e mi attira in una galleria al termine della quale, mi assicura, c’è la ragione, il senso di tutto. Mesmerizzata dalla lontana luce, incosciente come una falena, corro a perdifiato incurante di chi e cosa calpesto. Il mio eterno supplizio è lordare il bello che mi circonda e ricominciare da zero. Perchè io, la fine del tunnel, non la raggiungerò mai.

Ti invidio, mio perduto amore. Puoi scegliere di amare, di piangere, di godere, di soffrire, di ridere, di fuggire, di rinascere ogni giorno della tua vita. Io rappresento colui a cui il libero arbitrio non fu concesso, cammino senza sosta sul molle asfalto di una tortuosa strada che non conosce bivi. Mi indichi l’albero più alto ma il mio coraggio è solo la più perversa delle tue fantasie. Non sono cattiva. Sono solo Giuda, non hai bisogno di perdonarmi per lasciarmi andare.

Stuart D

sequo

Nell’aria risuona il silenzio delle mie labbra che non stanno percorrendo la tua schiena, delle mie mani che non stanno colpendo le tue natiche, della mia pelle che non si sta scaldando sulla tua. I tuoi gemiti sono un lontano lamento che ancora rieccheggia nel mio cervello. Cammini un metro sopra il pavimento per non farti sentire. Ora sei tu a farmi paura.

Il folle abbatte una sequoia con un cuscino. Io sono quel folle. E potresti esserlo anche tu, se solo fossi profonda abbastanza da volerlo. Le nostre emozioni produrrebbero il medesimo, indecifrabile, rumore: intenso, caldo, disperato.

Non sei morta, non dormi, non sogni. Semplicemente non sei qui.

Sono in ritardo. Come sempre. Il più pericoloso tra i vizi che mi concedo. Mi attendi, nel freddo. Il dolce pensiero di te che ti torturi nel dubbio. Sorrido pregustando la tua vendetta, che a fatica soffocherò nello scrigno di ciò che sarebbe stato e non sarà mai.

Mi allontano. Tu svanisci. Ora esisti. Dentro di me. Una piccola cicatrice sulla spessa corteccia che si confonde tra altre: incisioni inflitte e subìte. Un quadro surrealista, un mosaico di fotogrammi che collidono e si fottono a vicenda dando vita a forme e colori alieni che solo la morfina del tempo e la lucida pazzia riescono, talvolta, a decodificare.

Non sei viva. Ed è per questo che ti auguro di vivere. Vivere per davvero, e non solo secondo la tua limitata percezione dell’esistenza. Un giorno tutto avrà un senso, anche questo rumore.

Stuart D.

dissolve

Love.

Piangi. Ridi. Piangi e singhiozzando mi chiedi se ti amo. L’amore è come una malattia. Una malattia le cui modalità di trasmissione non si sottomettono ad alcuna legge che non sia il Caos. Dici ‘Ti amo’ e illudi te stessa di riuscire a spegnere l’Inferno maldigerito che ho nello stomaco. Dico ‘Ti amo’ e illudo me stesso che non sarà l’Inferno lo stomaco che digerirà la nostra carne. Non voglio la tua paura: desidero il tuo sorriso, il tuo sguardo fiero e sprezzante, il profumo con cui vestivi le mie lenzuola. Stai per innamorarti per la prima volta.

Fade.

Mi parli dell’Amore come se fosse Dio. L’amore, la più alta manifestazione della debolezza dell’uomo, tanto irrinunciabile da essere sopravvissuta all’Illuminismo, al progresso, alla scienza. L’amore, subdolo e universale strumento senza il quale Satana non potrebbe disporre del nostro libero arbitrio. L’amore, ispiratore e legittimatore di miserrime pulsioni umane: menzogna, tradimento, infamia, violenza, blasfemia. L’Amore non ti salverà. Dio non ti salverà.

Dissolve.

Puri, elementari, elettroni spezzano i legami che ci rendono materia. Istante dopo istante tutto diventa insignificante, statico, monocromo e noi siamo così straordinari, così unici. Solo noi. La simbiosi perfetta. Non hai mai avuto tanto bisogno di me. Dici di odiarmi ma desideri profondamente che non mi dissolva prima di te. Implori il cielo perchè mi conceda qualche attimo in più perchè non tolleri l’idea di morire nel silenzio, in solitudine. Stai pregando per me, per la mia vita, non per te stessa. Hai finalmente scoperto l’Amore, mia dolce, ultima, amica.

Nell’aria risuona il silenzio delle mie labbra che non stanno percorrendo la tua schiena, delle mie mani che non stanno colpendo le tue natiche, della mia pelle che non si sta scaldando sulla tua. I tuoi gemiti sono un lontano lamento che ancora rieccheggia nel mio cervello. Cammini un metro sopra il pavimento per non farti sentire. Ora sei tu a farmi paura.

Il folle abbatte una sequoia con un cuscino. Io sono quel folle. E potresti esserlo anche tu, se solo fossi profonda abbastanza da volerlo. Le nostre emozioni produrrebbero il medesimo, indecifrabile, rumore: intenso, caldo, disperato.

Non sei morta, non dormi, non sogni. Semplicemente non sei qui.

Sono in ritardo. Come sempre. Il più pericoloso tra i vizi che mi concedo. Mi attendi, nel freddo. Il dolce pensiero di te che ti torturi nel dubbio. Sorrido pregustando la tua vendetta, che a fatica soffocherò nello scrigno di ciò che sarebbe stato e non sarà mai.

Mi allontano. Tu svanisci. Ora esisti. Dentro di me. Una piccola cicatrice sulla spessa corteccia che si confonde tra altre: incisioni inflitte e subìte. Un quadro surrealista, un mosaico di fotogrammi che collidono e si fottono a vicenda dando vita a forme e colori alieni che solo la morfina del tempo e la lucida pazzia riescono, talvolta, a decodificare.

Non sei viva. Ed è per questo che ti auguro di vivere. Vivere per davvero, e non solo secondo la tua limitata percezione dell’esistenza. Un giorno tutto avrà un senso, anche questo rumore.

Stuart D