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Nicholas White

Venerdì, 15 Ottobre 1999. McGraw-Hill Building, New York City. Ore 23.00

Nella città che non dorme mai è del tutto naturale che parte della redazione del Business Week si trattenga in ufficio fino a tarda nottata per produrre un inserto speciale dell’omonimo magazine. Del team fa parte Nicholas White, product manager 34 enne. Nicholas è un fumatore e sarà proprio il richiamo della nicotina a condurlo verso un’avventura tanto straordinaria (nel senso di ’oltre l’ordinario’) quanto psicologicamente cruenta.

Alle ore 23,00 Nicholas si congeda temporaneamente e raggiunge l’atrio del RockFeller Center (il McGraw è una torre aggiunta al centro nel 1972), a quell’ora praticamente deserto, per fumare una sigaretta. Tornato nella lobby, sale sull’ascensore express n. 30, un tipo di ascensore veloce che non si ferma prima di un determinato piano. Il 39esimo, in questo specifico caso.

Inizia la salita ma poco dopo l’ascensore sobbalza, le luci si spengono, si riaccendono con una breve intermittenza e, non appena tornano stabili, la corsa si interrompe. La pulsantiera emette un suono, una sorta di sibilo, ma ciò non anticipa alcunchè. L’interphone non pare aver subìto danni ma alla richiesta di assistenza nessuno risponde. L’allarme funziona ma a parte l’evidente inefficacia, ben presto si fa largo l’idea che all’interno dell’edificio non sia rimasto nessuno. Con sè, oltre ai vestiti, tre sigarette, che non fumerà, e due Rolaids (farmaci contro l’acidità di stomaco, che non prenderà per paura della disidratazione). Non ha orologio, non ha il cellulare (è il 1999), non ha acqua, non ha cibo.

Source: http://www.newyorker.com/reporting/2008/04/21/080421fa_fact_paumgarten

Il video, in fast-forward e con l’ormai classica soundtrack di tipo malinconico-inquietante (un fastidiosissimo standard che si è affermato sulle piattaforme di video sharing da cui ormai pare non si possa prescindere), mostra integralmente le successive 41 ore trascorse nell’ascensore, al termine delle quali (Domenica, ore 16.00) le porte si apriranno e Nicholas White riconquisterà la tanto sospirata libertà.

Eppure la follia era dietro l’angolo…

Facile stupirsi e indignarsi guardando gli addetti alla manutenzione che controllano gli ascensori adiacenti (19esima ora) e non si preoccupano di buttare un occhio nella cabina 30, così com’è impossibile non provare compassione e una strana sensazione di impotenza osservando lo sfortunato protagonista chiedere aiuto, cercare una via di uscita, giochicchiare con quel poco che ha in tasca, dormire, svegliarsi, meditare con la testa penzolante e accasciarsi per terra con chissà quali pensieri a rieccheggiare nel suo cervello. Anche se non si è claustrofobici non è difficile immaginarsi al posto dell’impiegato newyorkese e lasciarsi cullare da qualche sana speculazione chiedendosi: “E se fosse successo a me?“. Nicholas era un colletto bianco, non era un Marine. Non era addestrato per un tour de force mentale di questa portata. Eppure ce l’ha fatta.

In circostanze simili non sono la fame (3 settimane di resistenza, un individuo in condizioni fisiche normali) e la sete (4-5 giorni) i peggiori nemici. I pericoli maggiori provengono dalla paura e la paranoia, cui la mente, prima della definitiva rassegnazione, risponde con allucinazioni visive ed auditive, panico e angoscia della morte, autolesionismo: in una sola parola, follia.

Che cosa ha salvato Nicholas White dalla pazzia?

1. La luce

Molte delle azioni che ha compiuto durante le 41 ore dipendono dalla presenza di luce: aprire le portiere dell’ascensore, arrampicarsi sui manutengoli cercando salvezza uscendo dalla parte superiore (azione sconsigliatissima in quanto estremamente pericolosa, comunque…), mimare un “solitario” con i pezzetti di carta che ha in tasca, la stessa pressione del campanello di allarme. Azioni di fatto inutili ma che hanno l’importante scopo di tenere lucida e attiva la mente e fornire qualche breve attimo di speranza.

Lasciando da parte l’ancestrale paura del buio tipicamente umana, in assenza di luce, e durante un forte stress, la mente di un individuo non allenato a questo tipo di esperienza può in breve tempo attivare una sorta di “fai-da-te” dell’intera percezione dell’ambiente e della realtà: allucinazioni (secondo Karl Jaspers – http://www.forma-mentis.net/Filosofia/Jaspers.htm- , non una distorsione della realtà ma un piano della realtà tutto nuovo, perfettamente sovrapposto a quello oggettivo) visive e auditive, fuori da qualsiasi controllo del soggetto rese ancora più nitide dal fatto che devono sovrascrivere la semplice e totale oscurità e il completo silenzio. 

2. La conoscenza del palazzo e la consapevolezza dell’orario iniziale

Per quanto, comprensibilmente, Nicholas abbia poi riferito ( http://abcnews.go.com/GMA/story?id=4693690 ) che durante la sua prigionia sia stato sfiorato dall’idea di morire e per quanto la mancanza di un orologio e della luce solare gli avesse fatto perdere qualsiasi riferimento temporale, lavorava in quel palazzo e presumibilmente lo conosceva bene. Era a conoscenza degli orari lavorativi e dei momenti di maggiore o minore affluenza e sapeva che non era del tutto implausibile che a quell’ora, e nelle ore successive, con il McGraw vuoto, le sue richieste di aiuto cadessero nel vuoto.

Nella sua mente quindi erano gettate le basi di un fondamentale binomio, razionalizzare la situazione e porsi un obiettivo: resistere fino a Lunedì mattina. E per quanto non potesse sapere esattamente “quando” sarebbe stato Lunedì mattina aveva un dato di partenza certo: Venerdì, ore 11.00 PM. Per sua fortuna la salvezza è giunta molto prima del previsto, Domenica alle quattro del pomeriggio.

3. Nicholas era solo.

Incredibile a dirsi, ma la presenza di un compagno di sventura, che nei primi venti minuti avrebbe generato in entrambi commenti come: “Ehi! Almeno ci possiamo fare compagnia“, in una circostanza estrema come questa si sarebbe rivelata ben presto più un letale svantaggio che un vantaggio.

Quando caratteristiche utili alla vita quotidiana come la cultura, forza fisica, salute, cessano improvvisamente di avere il benchè minimo valore, la sopravvivenza diventa un fatto mentale, soggettivo, privato. Perchè soggettivi sono i modi di adattarsi alla forzata prigionia e i modi per non farsi prendere dal panico. Perchè soggettivi saranno il ritmo sonno-veglia, la resistenza agli stenti, gli appigli mentali cui affidarsi per non crollare. Un microcosmo interiore in cui rifugiarsi in cui c’è spazio per una sola persona.

In 2 metri quadri, senza acqua e con poco ossigeno sono comunque molte le decisioni importanti che -in caso di condivisione della sventura con un’altra persona- vanno prese di comune accordo: fumare, suonare il campanello di allarme, urinare, chiedere aiuto, dormire, provare a scappare. Scelte su cui non si può essere in disaccordo, perchè da ognuna di esse dipende la vita stessa del gruppo. E dopo qualche ora, se consideriamo plausibile lo scenario di due menti stressate che combattono con le proprie angoscie dando vita ad un privato ecosistema di emergenza, dobbiamo considerare altrettanto plausibile la possibilità che la convivenza forzata si trasformi nella peggiore e più sanguinosa commedia degli equivoci.

2 commenti

  1. S. — 29 agosto 2009 #

    Ok, ok, bravo il nostro Nicola Bianco (bel nome complimenti, originale)… Però diciamocela tutta, la sua unica fortuna è stata che fosse un maschio, trentenne. Se il signor Nicola Bianco fosse stato la Signorina Nicoletta Bianchini, a quest’ora non staremo qua ad incensarlo per il suo self control e la sua capacità di resistenza… Il motivo è semplice, in 41 ore, pare che il nostro amico abbia aperto le porte dell’ascensore ed abbia fatto pipì almeno due volte… Ma se fosse stato una donna?? Primo, le donne fanno pipì tre volte più frequentemente degli uomini. Secondo, per evidenti e risaputi problemini gestionali non sarebbe stato possibile liberarsi in maniera quasi impercettibile all’obiettivo delle telecamere… Insomma, il signor Bianco deve ringraziare sua madre che l’ha fatto maschio (ed anche il padre che ci ha messo del suo) altrimenti, non saremo qua ad ammirare una prova di autocontrollo, bensì a compatire una povera signorina in preda ad una crisi isterica da mancanza di toilette!!

  2. Stuart D — 1 settembre 2009 #

    Ciao S. e benvenuta.

    Devo darti atto che una donna, al posto di Nicholas, avrebbe avuto quantomeno un problema tecnico in più. Un problema non da poco, viste la differente modalità di evacuazione dei liquidi.

    A volerla dire tutta al terzo motivo “Nicholas era solo” si potrebbe aggiungere la postilla “e soprattutto non era con una donna” perchè per quanto nei primi minuti si sarebbe configurata una situazione tipica nell’immaginario erotico di entrambi i sessi, dopo poche ore l’atmosfera sarebbe diventata irrespirabile. In tutti i sensi :-D

    No offence, of course.

    Grazie per il tuo intervento.

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