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	<title>Being Stuart &#187; Novels</title>
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	<description>Stuart Delta sito ufficiale</description>
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		<title>Aluminium</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 12:48:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[
Avevo uno specchio. Non un banale e dozzinale ornamento da salotto.   Uno specchio magico: assorbiva completamente la mia immagine,   risucchiandola dal mondo circostante e me la restituiva piena di gioia,   amore, serenità. L&#8217;anticipazione di una felicità che ero giunto a   percepire tanto vivida e reale da sentirmi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-883" title="aluminium" src="http://www.beingstuart.com/wp-content/uploads/2011/08/IMAG0063.JPG" alt="aluminium" width="540" height="334" /><span id="more-882"></span></p>
<p>Avevo uno specchio. Non un banale e dozzinale ornamento da salotto.   Uno specchio magico: assorbiva completamente la mia immagine,   risucchiandola dal mondo circostante e me la restituiva piena di gioia,   amore, serenità. L&#8217;anticipazione di una felicità che ero giunto a   percepire tanto vivida e reale da sentirmi commosso ed esitante. Gli   insorti corrono verso di te, non rallenteranno neanche in prossimità di   angoli ciechi ma, per una volta, non sei loro nemico.</p>
<p>Una   sera tornai a casa e lo trovai in frantumi sul pavimento. Nessuno era   entrato nel mio appartamento in mia assenza ed ero certo di averlo   fissato saldamente, con estrema cura, al muro. Incastri di paura   tristezza disprezzo rabbia tormento: vetro e alluminio esplosi   disordinatamente in decine di lame informi che non ho mai avuto il   coraggio di raccogliere, una per una, e confinare in un&#8217;innocua, triste   ma catartica, ucronìa.</p>
<p>Oggi è ancora tutto come lo trovai   quella sera. Con il tempo ho imparato a conviverci, conosco la  posizione  anche della scheggia più piccola. Osservo quei frammenti, ma  solo per  evitarli: ognuno di essi è la minuscola e distorta  riproduzione di ciò  che era e doveva essere. Inavvertitamente,  inevitabilmente, di notte,  tentenno nel buio e li sfioro. Lo stomaco si  stringe. Ma è un attimo.</p>
<p>Giocare  con il gelido alluminio, senza  coscienza, come se fosse la prima volta.  Maneggiare il vetro tagliente,  senza sanguinare. Forse, un giorno.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Stuart D</strong>. (15 Luglio 2011)</p>
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		<title>The dream, the letter</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 11:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[
Arriva un giorno in cui bisogna fare i conti con le tracce lasciate dai propri errori. Quel giorno arriva. Sempre. Distorci, violenti e neghi la tua natura illudendoti che quel giorno possa non arrivare. Ma arriva. Sempre. Così ti sottometti all&#8217;ipotesi, ma ne proietti le conseguenze in un futuro ignoto e parallelo che, chissà, potrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-612" title="letter" src="http://www.beingstuart.com/wp-content/uploads/2010/05/letter.jpg" alt="letter" width="282" height="276" /></p>
<p>Arriva un giorno in cui bisogna fare i conti con le tracce lasciate dai propri errori. Quel giorno arriva. Sempre. Distorci, violenti e neghi la tua natura illudendoti che quel giorno possa non arrivare. Ma arriva. Sempre. Così ti sottometti all&#8217;ipotesi, ma ne proietti le conseguenze in un futuro ignoto e parallelo che, chissà, potrebbe dimenticarsi di te.<br />
Poi scopri improvvisamente che quel giorno è ieri. E tutto ciò che desideri è un bagaglio leggero.  <span id="more-611"></span></p>
<p>Il sogno che si avvicina. Sempre più. Fino a sfiorarti. E l&#8217;eco di ogni pensiero distratto, lo strano profumo della pioggia e del mare, ogni tremore alla bocca dello stomaco assume un senso, una provenienza e una destinazione. Ti scopri non troppo dissimile da una formica, da una locusta, da una giraffa: il libero arbitrio è psicosi, il determinismo è paranoia.</p>
<p>Ti auguro serenità e pace, sempre e ovunque, Susanna. Perdonami, se puoi.</p>
<p>Addio.</p>
<p>ps: se non ti ricordi di me, tanto meglio; potrei coinvolgerti in un commovente <em>amarcord</em> comprensivo di luoghi ed eventi, ma come avrai intuito non ho molto tempo e mi mancano ancora le lettere  &#8220;T&#8221;, &#8220;U&#8221;, &#8220;V&#8221; e &#8220;Z&#8221;.</p>
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		<title>The day I fucked a panda &#8211; part 1</title>
		<link>http://www.beingstuart.com/novels/the-day-i-fucked-a-panda-part-1.html</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 17:53:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[La memoria di ognuno custodisce uno o più episodi imbarazzanti, ripensando ai quali si sorride amaramente o si viene percorsi da un fastidioso brivido lungo la schiena. Indipendentemente dai sentimenti che certi ricordi suscitano, l&#8217;impossibilità di rimuoverli o sovrascriverli è un&#8217;inamovibile certezza: sono marchi indelebili con cui bisogna convivere.
La mia vita, inutile precisarlo, è costellata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La memoria di ognuno custodisce uno o più episodi imbarazzanti, ripensando ai quali si sorride amaramente o si viene percorsi da un fastidioso brivido lungo la schiena. Indipendentemente dai sentimenti che certi ricordi suscitano, l&#8217;impossibilità di rimuoverli o sovrascriverli è un&#8217;inamovibile certezza: sono marchi indelebili con cui bisogna convivere.</p>
<p>La mia vita, inutile precisarlo, è costellata da vicende catalogabili come imbarazzanti e ancora molti vergognosi copioni già scritti non aspettano altro che il mio contributo da Oscar. Tuttavia, per quanto svariati anni mi separino dalla dipartita da questo mondo, so per certo che niente potrà mai superare la storiaccia malata che sto per raccontare. Una vicenda perversa che ha per protagonisti un piccolo maniaco sessuale, il timore di Dio e un panda la cui unica colpa fu quella di essere vagamente antropomorfo.<span id="more-510"></span></p>
<h2>The Day I fucked a panda</h2>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-654" title="pandafuck" src="http://www.beingstuart.com/wp-content/uploads/2010/03/pandafuck.jpg" alt="pandafuck" width="540" height="207" /></p>
<p>Il periodo che precede l&#8217;episodio -che si svolge ai tempi delle scuole medie inferiori, quando avevo 13 anni- è caratterizzato dalle grandi aspettative che i miei genitori riponevano in me. E dal conseguente desiderio di fornirmi un&#8217;istruzione adeguata, in un contesto lontano dai teppisti, spacciatori e piccoli gangster che imperversavano nel mio quartiere. Da lì la rottura del salvadanaio e l&#8217;iscrizione ad una scuola media privata cattolica (salesiana, per la precisione), unica alternativa ad un&#8217;adolescenza passata in strada.</p>
<p>La scuola cattolica. <em>Quella</em> scuola cattolica. Un mausoleo dei primi del &#8216;900 le cui mura grigiastre cingevano, oltre alle aule, parrocchia, campo da calcio e cappella riservata agli studenti. Femmine  e animali non ammessi. I miei genitori mi avevano strappato al ghetto per affidare la mia innocenza al regno dell&#8217;ipocrisia, dove la fede è un sottile cellophane che conserva, ma malamente nasconde, opportunismo, corruzione e il diabolico ghigno del Dio Denaro.  Il porto franco di quella misericordiosa equità che Gesù aveva sognato per l&#8217;umanità: punizioni corporali, voti comprati, pagelle gonfiate e la cospirazione dell&#8217;Associazione Genitori e Insegnanti che stilava l&#8217;infame graduatoria delle presunte capacità economiche degli alunni (o meglio, delle loro famiglie di appartenenza). Per i pochi eredi del nulla piccolo borghese, che non portavano in dote assegni o contanti -oltre alla salatissima retta scolastica-, le possibilità di sopravvivenza in un ambiente così ostile erano legate al mettersi al servizio dei rituali cristiani: servire messa, mendicare con un basco in mano durante la questua, partecipare al presepe vivente durante il Natale.<br />
Neanche sotto tortura rivelerò a che prezzo comprai il diploma delle medie con una striminzita, politica, sufficienza.</p>
<p>Le attività parascolastiche del programma prevedevano, ogni Giovedì mattina, la confessione. Obbligatorio, per tutti gli alunni, presentarsi in chiesa per il settimanale condono dei peccati. Il colloquio privato con il prete era, in quanto credente e fin troppo praticante, un momento di reale avvicinamento a Dio. Momento che però veniva puntualmente sporcato da interrogazioni di questo genere: &#8216;<em>Dimmi, ti tocchi?</em>&#8216;. Il problema era che non comprendevo il significato della domanda. Mi toccavo? In che senso? E mentre riflettevo: &#8216;<em>Nel nome del Signore ti perdono per i tuoi peccati&#8230;</em>&#8216; . Fu solo dopo molto tempo che riuscii ad associare -seppur in modo confuso, intuitivo e con un livello ancora troppo alto di astrazione- l&#8217;atto di &#8216;toccarsi&#8217; alle diverse forme e dimensioni che il mio pene assumeva di tanto in tanto senza una ragione evidente.</p>
<p>Uscivo dalla chiesa con quelle strane domande ancora nella mente e tornavo a sedermi al mio banco. La vita in aula era la riproduzione in scala delle discriminazioni socio-economiche del mondo degli adulti.  Le scuole elementari mi avevano già preparato all&#8217;umana usanza di circoscriversi in branchi (per poter liberamente esercitare il proprio, inalienabile, diritto al pregiudizio) ma riprogrammare le mie tecniche di interazione sociale richiese comunque un po&#8217; di tempo: coesistere con il &#8220;Gruppo dei piccoli mafiosi&#8221; e il &#8220;Club dei figli di medici&#8221; richiede strategie estremamente diverse.</p>
<p>Durante le lezioni, gli intervalli e in mensa spesso mi capitava di intercettare frasi come: &#8216;<em>devi provare ad immergere la mano nell&#8217;olio d&#8217;oliva&#8230;</em>&#8216; , oppure &#8216;<em>no, con il dito mi fa schifo, preferisco un wurstel&#8230;</em>&#8216;.  La scuola cattolica degli anni &#8216;80 non era certo lo scenario ideale per una sana educazione sessuale e quindi i primi rudimenti di masturbazione erano affidati al passaparola, alla sperimentazione privata e alla successiva delazione. Discorsi da uomini, insomma. Discorsi dai quali ero escluso: &#8216;<em>sei ancora piccolo&#8230;</em>&#8216;, &#8216;<em>devi ancora crescere per sapere certe cose&#8230;</em>&#8216; mi veniva risposto ogni qual volta mi avvicinavo ai vari gruppi di discussione per chiedere, timidamente, delucidazioni.</p>
<p>Tornavo a casa dopo una dura giornata di studio, di preghiera e sanguinarie fantasie omicide con l&#8217;unico desiderio di rilassarmi sul divano guardando cartoni animati ma mia madre, cambiando canale e sintonizzando la tv su una telenovela argentina: &#8216;<em>ormai sei grande per i cartoni!</em>&#8216;. La sensazione di essere perennemente fuori target mi perseguita ancora oggi.</p>
<p>Mi chiudevo nella mia cameretta, il mio personale santuario, l&#8217;unico luogo al mondo dove potevo essere me stesso, e iniziavo a fare compiti: matematica, italiano, geografia. No, a geografia non ci arrivavo, tempo mezzora di scrivania e di silenzio e negli slip sentivo qualcosa che prima spingeva per uscire poi, trovato il modo di sgusciare fuori, si presentava ai miei occhi per richiedere il suo quotidiano tributo di attenzioni. Il prete, con quel suo strano odore di incenso misto a biancheria usata, si materializzava nella stanza: &#8216;<em>Dimmi, ti tocchi?</em>&#8216;, mi alzavo di scatto, aprivo il cassetto, indossavo due maglie avvolgenti e tornavo in sala. Un paio di minuti di drammi sentimentali e l&#8217;allarme rientrava. Poi entrava in scena Veronica Castro. In costume da bagno.  Con una finta di corpo distraevo mia madre e mi richiudevo in camera.</p>
<p>Insomma, indottrinamento, forzata asocialità e soap opera del terzo mondo non inibirono il sibilo dei missili ormonali in arrivo; al contrario, poco prima della loro detonazione,  questo mutò in qualcosa di più simile all&#8217;irresistibile canto delle sirene: &#8216;<em>che te ne fai dei cartoni? sei un maschio, ci sono modi più divertenti per trascorrere il tempo..</em>&#8216;; le cose precipitarono quando queste voci iniziarono a provenire non più dalla mia testa, ma dalle calde e pelose labbra del gigantesco panda che i miei genitori avevano regalato a mia sorella.</p>
<p>Continua&#8230;</p>
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		<title>Been [Ever] Tasting Her 2009</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 22:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[
Milano. Ore 23,09. Camera d&#8217;albergo. Sul letto il mio corpo e il mio entusiasmo cinico e ingenuo. Sparsa per la stanza un po&#8217; della mia vita: un notebook in stand-by, vestiti Armani, un paio di Nike, telefono cellulare e poco altro.
Sono le undici passate e c&#8217;è la mia testa, tra le sue gambe. Ho la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-394" title="beenevertasted" src="http://www.beingstuart.com/wp-content/uploads/2009/12/beenevertasted.jpg" alt="beenevertasted" width="297" height="380" /></p>
<p>Milano. Ore 23,09. Camera d&#8217;albergo. Sul letto il mio corpo e il mio entusiasmo cinico e ingenuo. Sparsa per la stanza un po&#8217; della mia vita: un notebook in stand-by, vestiti Armani, un paio di Nike, telefono cellulare e poco altro.</p>
<p>Sono le undici passate e c&#8217;è la mia testa, tra le sue gambe. Ho la lingua tesa e quasi dolorante e i miei gemiti sono in realtà un maldestro tentativo di partecipare alla sofisticata colonna sonora che accompagna i nostri movimenti. Nella mia mente l&#8217;immagine vivida di una mosca che ronza su una merda.<br />
Lei mi lascerà giocare con il suo corpo e in cambio le porgerò il mio cuore, che sarà una tela su cui, emulando Fontana, praticherà dei profondi tagli.<br />
E&#8217; arte concettuale anche questa.</p>
<p>Il fatto che abbia abusato di alcool e antibiotici e mi ritrovi un uccello inservibile è tutto sommato un fattore secondario, una contingenza temporanea indegna persin di fungere da alibi. Sarà la prossimità a quel luogo caldo e umido da cui l&#8217;esistenza stessa ha inizio, ma non riesco a non pensare (ossessivamente) che la vita è stronza. Semplice e stronza.<br />
E&#8217; meditazione trascendentale anche questa.</p>
<p>La mia bocca viene risucchiata dentro fino all&#8217;utero, infilo anche la testa, mi stringo nelle spalle e penetro con tutto il torace, con la strada spianata è uno scherzo scivolare più in profondità, bacino, cosce, gambe e infine i piedi. Ora, solo ora, mi sento davvero protetto. Da me stesso, innanzitutto.</p>
<p>Milano. Ore 23,49. Ha un orgasmo. La osservo. E&#8217; bellissima. Lei mi osserva come se stesse ammirando la sua opera d&#8217;arte meglio riuscita. Se potesse, piangerebbe; e sono certo che intimamente, segretamente, una piccola lacria dagli occhi verdi è scesa. Gli artisti, quelli veri, piangono dinnanzi alle loro creazioni. Perchè in ogni quadro un pezzo della loro anima si stacca e va ad abitare, per sempre, sulla tela, diventando la diapositiva più realistica del loro inconscio. Gli artisti anelano l&#8217;immortalità morendo un po&#8217;, giorno dopo giorno. Inginocchiato, il volto profuma di lei e il sangue che sgorga dal mio cuore graffiato rende ancor più colloso e fastidioso il contatto con le lenzuola.</p>
<p>Ripercorro, in rapida sequenza, il succedersi degli avvenimenti che mi hanno portato qui stanotte. La prima volta che la vidi fu la prima volta che scappai dinnanzi ad una donna. Troppo bella, troppo profonda. Lei era uno dei complicati marchingeni di cui si serve la vita per comunicarti -non senza un briciolo di autocompiacimento- che non vali un cazzo.<br />
Lenti passarono i giorni, durante i quali cercai di estrarre la spada da cui ero stato trafitto. Ma questa sera ero troppo arrabbiato per sentirmi vulnerabile. Avrei affrontato anche la morte, se la morte avesse avuto il coraggio di affrontare me. Così ho affrontato lei. La teoria del caos: mutamenti, anche infinitesimali, delle condizioni iniziali di un sistema possono causare estreme conseguenze.</p>
<p>Milano. Ore 00,29. Luci spente. C&#8217;è la sua testa, sul mio petto. Sdrammatizzo il buio disegnando con l&#8217;indice piccole lettere sulla sua schiena. Ancora mesmerizzato da uno strano profumo di agrumi sudati mi accorgo di aver scritto &#8220;palindromo&#8221;, per ragioni a me tutt&#8217;ora ignote.</p>
<p>&#8220;Ti amo&#8221;.<br />
&#8220;Ti amo&#8221;.<br />
&#8220;Non offenderti se dormendo mi allontanerò&#8221;, mi sussurra.<br />
&#8220;Non preoccuparti&#8221;.</p>
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		<title>She-Judas</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 18:47:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[She-Judas]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-368" title="shejudas" src="http://www.beingstuart.com/wp-content/uploads/2009/10/shejudas.jpg" alt="shejudas" width="252" height="318" /></p>
<p>Mezzanotte. Le amiche, tiepidi carboni che alimentano la mia superbia, sono andate via. Gli amanti, cosmetici di terza categoria che sovrappongo alla mia superficialità, sono stati soddisfatti. Inquieta e distesa su un letto troppo grande, nel buio ripenso a te. Se aprissi gli occhi la camera si popolerebbe di fantasmi impazziti che hanno il mio volto. Il fardello di antica violenza che mi porto dentro: sfrutta il silenzio e la solitudine per materializzarsi e terrorizzarmi. Chiudo gli occhi e ripenso a te, alle tue ultime parole. Un po&#8217; mi manchi. Solo un po&#8217;.</p>
<p>Non sono una traditrice. E&#8217; solo che desidero ciò che non ho. Che non posso avere. Che non devo avere. Ho bisogno di nuove vite da viziare e da spezzare, come faceva mio padre, nuove esistenze da soffocare, come faceva mia madre. Se mi fermo odio me stessa: delle persone come me non ci si chiede cosa, ma quando. Senza emozioni anestetiche prima o poi il sigillo chimico che imprigiona un&#8217;anima marcia e corrotta esplode. Accade sempre. Primordiale, selvaggia ferocia: figli, genitori, amici e sconosciuti, nessuno è più al sicuro. L&#8217;intera mia esistenza è rappresentata dalla fuga da un universo parallelo dove sono tutti colpevoli e io l&#8217;unica vittima e giudice e boia, un universo dove la distruzione è la linea di confine tra sopravvivenza e sottomissione. Questo è l&#8217;inferno che mi è stato riservato, senza offrirmi alcuna alternativa.</p>
<p>Non sono bugiarda. Ho solo paura. Di me stessa. Sfido la realtà ma distolgo lo sguardo. La verità è che se nel mio destino ci fosse stata la felicità, l&#8217;avrei già ottenuta. E&#8217; questa, la verità, ma né tu nè Dio potete obbligarmi ad accettarla.<br />
Dio, che perdona indistintamente scoreggioni e assassini, mi ha condannata già da tempo. Non esisto ma non posso morire, posso solo esser traghettata verso diversi livelli di insoddisfazione. Dio, prodigioso e sadico, mi strappa dalla malattia e mi attira in una galleria al termine della quale, mi assicura, c&#8217;è la ragione, il senso di tutto. Mesmerizzata dalla lontana luce, incosciente come una falena, corro a perdifiato incurante di chi e cosa calpesto. Il mio eterno supplizio è lordare il bello che mi circonda e ricominciare da zero. Perchè io, la fine del tunnel, non la raggiungerò mai.</p>
<p>Ti invidio, mio perduto amore. Puoi scegliere di amare, di piangere, di godere, di soffrire, di ridere, di fuggire, di rinascere ogni giorno della tua vita. Io rappresento colui a cui il libero arbitrio non fu concesso, cammino senza sosta sul molle asfalto di una tortuosa strada che non conosce bivi. Mi indichi l&#8217;albero più alto ma il mio coraggio è solo la più perversa delle tue fantasie. Non sono cattiva. Sono solo Giuda, non hai bisogno di perdonarmi per lasciarmi andare.</p>
<p>Stuart D</p>
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		<title>Sequoia Noise 2009</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 18:53:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[
Nell&#8217;aria risuona il silenzio delle mie labbra che non stanno percorrendo la tua schiena, delle mie mani che non stanno colpendo le tue natiche, della mia pelle che non si sta scaldando sulla tua. I tuoi gemiti sono un lontano lamento che ancora rieccheggia nel mio cervello. Cammini un metro sopra il pavimento per non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-371" title="sequo" src="http://www.beingstuart.com/wp-content/uploads/2009/10/sequo.jpg" alt="sequo" width="300" height="334" /></p>
<p>Nell&#8217;aria risuona il silenzio delle mie labbra che non stanno percorrendo la tua schiena, delle mie mani che non stanno colpendo le tue natiche, della mia pelle che non si sta scaldando sulla tua. I tuoi gemiti sono un lontano lamento che ancora rieccheggia nel mio cervello. Cammini un metro sopra il pavimento per non farti sentire. Ora sei tu a farmi paura.</p>
<p>Il folle abbatte una sequoia con un cuscino. Io sono quel folle. E potresti esserlo anche tu, se solo fossi profonda abbastanza da volerlo. Le nostre emozioni produrrebbero il medesimo, indecifrabile, rumore: intenso, caldo, disperato.</p>
<p>Non sei morta, non dormi, non sogni. Semplicemente non sei qui.</p>
<p>Sono in ritardo. Come sempre. Il più pericoloso tra i vizi che mi concedo. Mi attendi, nel freddo. Il dolce pensiero di te che ti torturi nel dubbio. Sorrido pregustando la tua vendetta, che a fatica soffocherò nello scrigno di ciò che sarebbe stato e non sarà mai.</p>
<p>Mi allontano. Tu svanisci. Ora esisti. Dentro di me. Una piccola cicatrice sulla spessa corteccia che si confonde tra altre: incisioni inflitte e subìte. Un quadro surrealista, un mosaico di fotogrammi che collidono e si fottono a vicenda dando vita a forme e colori alieni che solo la morfina del tempo e la lucida pazzia riescono, talvolta, a decodificare.</p>
<p>Non sei viva. Ed è per questo che ti auguro di vivere. Vivere per davvero, e non solo secondo la tua limitata percezione dell’esistenza. Un giorno tutto avrà un senso, anche questo rumore.</p>
<p>Stuart D.</p>
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		<title>Dissolve</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 22:05:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[Avviso importante: Si informano gli animalisti e i lettori più sensibili che l'autore non è stato evirato o malmenato durante la scrittura di questo brano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-375" title="dissolve" src="http://www.beingstuart.com/wp-content/uploads/2009/10/dissolve1.jpg" alt="dissolve" width="325" height="400" /></p>
<h3>Love.</h3>
<p>Piangi. Ridi. Piangi e singhiozzando mi chiedi se ti amo. L&#8217;amore è come una malattia. Una malattia le cui modalità di trasmissione non si sottomettono ad alcuna legge che non sia il Caos. Dici &#8216;Ti amo&#8217; e illudi te stessa di riuscire a spegnere l&#8217;Inferno maldigerito che ho nello stomaco. Dico &#8216;Ti amo&#8217; e illudo me stesso che non sarà l&#8217;Inferno lo stomaco che digerirà la nostra carne. Non voglio la tua paura: desidero il tuo sorriso, il tuo sguardo fiero e sprezzante, il profumo con cui vestivi le mie lenzuola. Stai per innamorarti per la prima volta.</p>
<h3>Fade.</h3>
<p>Mi parli dell&#8217;Amore come se fosse Dio. L&#8217;amore, la più alta manifestazione della debolezza dell&#8217;uomo, tanto irrinunciabile da essere sopravvissuta all&#8217;Illuminismo, al progresso, alla scienza. L&#8217;amore, subdolo e universale strumento senza il quale Satana non potrebbe disporre del nostro libero arbitrio. L&#8217;amore, ispiratore e legittimatore di miserrime pulsioni umane: menzogna, tradimento, infamia, violenza, blasfemia. L&#8217;Amore non ti salverà. Dio non ti salverà.</p>
<h3>Dissolve.</h3>
<p>Puri, elementari, elettroni spezzano i legami che ci rendono materia. Istante dopo istante tutto diventa insignificante, statico, monocromo e noi siamo così straordinari, così unici. Solo noi. La simbiosi perfetta. Non hai mai avuto tanto bisogno di me. Dici di odiarmi ma desideri profondamente che non mi dissolva prima di te. Implori il cielo perchè mi conceda qualche attimo in più perchè non tolleri l&#8217;idea di morire nel silenzio, in solitudine. Stai pregando per me, per la mia vita, non per te stessa. Hai finalmente scoperto l&#8217;Amore, mia dolce, ultima, amica.</p>
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		<title>Sequoia Noise (2009)</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2009 19:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell&#8217;aria risuona il silenzio delle mie labbra che non stanno percorrendo la tua schiena, delle mie mani che non stanno colpendo le tue natiche, della mia pelle che non si sta scaldando sulla tua. I tuoi gemiti sono un lontano lamento che ancora rieccheggia nel mio cervello. Cammini un metro sopra il pavimento per non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;aria risuona il silenzio delle mie labbra che non stanno percorrendo la tua schiena, delle mie mani che non stanno colpendo le tue natiche, della mia pelle che non si sta scaldando sulla tua. I tuoi gemiti sono un lontano lamento che ancora rieccheggia nel mio cervello. Cammini un metro sopra il pavimento per non farti sentire. Ora sei tu a farmi paura.</p>
<p>Il folle abbatte una sequoia con un cuscino. Io sono quel folle. E potresti esserlo anche tu, se solo fossi profonda abbastanza da volerlo. Le nostre emozioni produrrebbero il medesimo, indecifrabile, rumore: intenso, caldo, disperato.</p>
<p>Non sei morta, non dormi, non sogni. Semplicemente non sei qui.</p>
<p>Sono in ritardo. Come sempre. Il più pericoloso tra i vizi che mi concedo. Mi attendi, nel freddo. Il dolce pensiero di te che ti torturi nel dubbio. Sorrido pregustando la tua vendetta, che a fatica soffocherò nello scrigno di ciò che sarebbe stato e non sarà mai.</p>
<p>Mi allontano. Tu svanisci. Ora esisti. Dentro di me. Una piccola cicatrice sulla spessa corteccia che si confonde tra altre: incisioni inflitte e subìte. Un quadro surrealista, un mosaico di fotogrammi che collidono e si fottono a vicenda dando vita a forme e colori alieni che solo la morfina del tempo e la lucida pazzia riescono, talvolta, a decodificare.</p>
<p>Non sei viva. Ed è per questo che ti auguro di vivere. Vivere per davvero, e non solo secondo la tua limitata percezione dell’esistenza. Un giorno tutto avrà un senso, anche questo rumore.</p>
<p>Stuart D</p>
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		<title>Slavemaster</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 18:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>

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		<description><![CDATA[Se il Diavolo corre sulla Rete, John Edward Robinson Sr. ne rappresenta sicuramente una delle più feroci incarnazioni. Dopo di lui, il mondo delle Chatline non e' piu' stato lo stesso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><big><strong>La vera storia di Slavemaster</strong></big></h3>
<p><big><strong>NICKNAME</strong>: SLAVEMASTER (piu&#8217; raramente: James Turner)<br />
<strong>VITTIME RICONOSCIUTE</strong>: 5<br />
Beverly Bonner (49) ; Izabella Lewicka (21) ; Souzette Trouten (28) ; Sheila Dale Faith (51) ; Debbie Lynn Faith (21 &#8211; Mai ufficialmente confermata)<br />
<strong>DONNE SCOMPARSE MISTERIOSAMENTE</strong>: 4<br />
Catherine Clampitt (27) ; Paula Godfrey (19) ; Lisa Stasi (19), e la sorella Tiffany (5 mesi)</big></p>
<p>Slavemaster è ricordato come un Cyberkiller, ma meglio sarebbe descrivere John Edward Robinson come un dominante, bugiardo, truffaldino, omicida, carismatico, psicopatico, dissociato ladro di vibratori (vedi: oggettistica per adulti).<br />
Robinson è un serial killer con il vizio di torturare e violentare le donne e, dopo averle massacrate e fatte a pezzi, sigillarle all&#8217;interno di barili di metallo. La prima denuncia della storia criminale/sessuale di Slavemaster tuttavia è il furto di oggettistica per adulti, per un valore di 500$, dall&#8217;abitazione di una psicologa Texana.</p>
<p><big><strong>Anagrafica</strong></big></p>
<p><big>Nato il 27 Dicembre 1943<br />
Luogo di nascita: Cicero, Illinois USA<br />
Maschio, Bianco Caucasico, Etero<br />
Attuale occupazione: Serial killer incarcerato in Kansas<br />
Padre: Henry Robinson<br />
Madre: Alberta<br />
Fratello: Don<br />
Moglie: Nancy Jo Lynch (divorzio 25 Febbraio 2005)<br />
Amante: Beverly Bonner<br />
</big></p>
<p><strong>L&#8217;approccio in una chat BDSM</strong></p>
<p>Pasqua 2000, John incontra un&#8217;anonima, e presumibilmente imbarazzata donna in un residence di Kansas City. Si erano conosciuti in una chat a tema Sadomaso una settimana prima. Durante la settimana Robinson, da consumato uomo d&#8217;affari aveva convinto la donna a sottoscrivere un contratto come SCHIAVA che la legasse a lui. La sera del loro incontro si procedette all&#8217;esecuzione degli obblighi contrattuali, nello specifico in atti di sodomia cruenta, frustate, bondage. Più tardi la donna avrebbe presentato denuncia per abuso sessuale, crudeltà psicologica e furto di materiale per adulti.<br />
Nessuno avrebbe mai potuto sospettare le particolari inclinazioni del signor Robinson; non solo era un rispettabile e cristiano uomo d&#8217;affari, non solo aveva una moglie ed era adorabile padre di quattro figli, ma era anche uno Scout, e un insegnante part time.<br />
Suo padre, di professione macchinista, era alcolizzato, la madre, casalinga, ossessionata dalla disciplina: all&#8217;età di quattro anni John era già irrimediabilmente corrotto da punizioni corporali e abusi materni.<br />
All&#8217;età di 13 anni, con la sua squadra di Scout, partecipò ad una rappresentazione teatrale e, a fine show, incontrò Judy Garland, da cui ricevette un bacio sulla guancia (suscitando l&#8217;invidia degli omosessuali presenti). Secondo il Chicago Tribune, John disse a miss Gardland che avrebbe voluto diventare un prete.</p>
<p>Nel 1964 si trasferì a Kansas City, Missouri, dove riuscì in fretta nell&#8217;intento di far credere a tutti di essere una persona rispettabile. Iniziò a fare praticantato come tecnico radiologo, e venne assunto dal Dottor Wallace H Graham. Fu quasi immediatamente licenziato e denunciato per furto.<br />
Nel 1970, fu arrestato per aver rubato 6.200 francobolli dagli uffici della Mobile Oil Corp. presso cui lavorava al tempo. Successivamente rubò 5.000 dollari dalla RBJones, un&#8217;altra azienda ingenua abbastanza da assumerlo.</p>
<p>John soffriva anche di una specie di disturbo della personalità. Giornali locali raccolsero la testimonianza di vicini di casa che lo descrivevano generalmente calmo e cordiale, ma capace improvvisamente e immotivatamente di scatti collerici violenti. Probabilmente erano i suoi segreti che scalciavano all&#8217;interno della sua coscienza.<br />
Robinson era detentore di innumerevoli deviazioni sessuali di stampo sadomasochistico. Siccome la moglie non soddisfava queste inclinazioni era uso incontrare donne sottomesse che conosceva tramite annunci personali su giornali specializzati. Sua abitudine (usanza tipica del mondo BDSM, comunque) era far firmare una specie di contratto alle schiave. <strong>Dovere di cronaca impone di precisare che NESSUNA donna è stata uccisa durante questi incontri. Almeno ufficialmente.</strong></p>
<p><strong>Con l&#8217;avvento di internet, Slavemaster spostò la sua attenzione dagli annunci specializzati e le agenzie Escort alle CHAT e i BB. Nessuna donna è mai stata uccisa a seguito di un incontro con Slavemaster.<br />
Fa eccezione, come vedremo, Suzette Trouten, a cui si presentò però con il nickname di JAMES TURNER.</strong></p>
<p>Escogitò anche un sistema alternativo per soddisfare il suo bisogno di frustare a morte le donne mentre venivano da lui violentate. Trovò un istituto locale per senzatetto e madri nubili, e cominciò a offrire regolare supporto al centro, fornendo cibo e generi di prima necessità, e in più di un&#8217;occasione fece menzione del fatto che gli sarebbe piaciuto adottare personalmente qualcuno degli assistiti. I volontari del centro lo avrebbero, al processo, descritto come una persona gentile e cordiale, anche se rimaneva inspiegabile oltre l&#8217;umana carità l&#8217;origine della sua generosità.<br />
Successivamente Robinson aprì egli stesso una casa-rifugio per ragazze madri, e promosse adeguatamente l&#8217;iniziativa per reperire un congruo numero di utenti. Una di queste clienti fu <strong>Lisa Stasi</strong>.</p>
<p>Lisa Stasi scomparve nel 1985, più meno nello stesso periodo in cui Robinson decise di adottare lei e la figlia di un anno. Quando si persero le tracce di Lisa, affidò la piccola Tiffany alle cure del fratello Don tramite un&#8217;adozione illegale. Suo fratello non seppe mai che i 5.500$ che pagò per la bambina finirono in tasca all&#8217;assassino della madre.<br />
Il corpo di Lisa non è mai stato ritrovato, ma John ne ha confessato la tortura, la sodomia, la violenza e l&#8217;omicidio. Questo potrebbe essere il suo primo omicidio, ma più verosimilmente la prima uccisione fu quella di una ragazza di 19 anni, <strong>Paula Godfrey</strong>, scomparsa nel 1984.</p>
<p>Dopo questi due omicidi John si concesse una pausa, per tornare due anni dopo ad uccidere con rinnovato vigore. Nel 1987 le strade di <strong>Catherine Clampitt</strong> e di John Robinson si incrociarono. La Clampitt era una donna di 27 anni proveniente dal Texas e si affezionò quasi subito a John. Venne in seguito ritrovata decomposta all&#8217;interno di un bidone nella proprietà di Robinson.<br />
Robinson continuò a fare affari con alterne fortune, tanto che la sua rispettabilità, a Kansas City, cominciò ad offuscarsi. E&#8217; possibile che l&#8217;omicidio di Catherine Clampitt abbia avuto origine collerica piuttosto che sessuale, tanto che nello stesso anno (1987) finì in galera per truffa.<br />
Uscito di prigione, incontrò <strong>Beverley Bonner</strong> (con cui intraprese una relazione) e <strong>Sheila Faith</strong>, entrambe madri senza marito. Robinson uccise entrambe continuando per alcuni mesi ad incassare il loro assegno di sussistenza sociale.<br />
Importante sottolineare che Robinson violentò e uccise anche la figlia invalida di Sheila Faith, Debbie. Seppur paralizzata dalla vita in giù e mentalmente disturbata, non riuscì a scampare alla furia omicida di Slavemaster.<br />
Poi vennero <strong>Suzette M. Trouten</strong> e <strong>Izabela K. Lewicka</strong>, che furono ritrovate all&#8217;interno di barili di alluminio sepolti in un&#8217;altra proprietà di John Robinson, poco fuori Kansas City.</p>
<p><big>Il caso balza agli onori della Cronaca il 6 Giugno 2000</big></p>
<p>Dopo un&#8217;indagine durata 3 mesi, il 6 giugno le autorità locali arrestano John Edward Robinson per violenza sessuale su due donne. Le ispezioni delle sue proprietà portano al ritrovamento di due corpi in decomposizione, stipati dentro altrettanti barili da 55 galloni. Da lì&#8217; a poco la polizia avrebbe ritrovato altri tre barili contenenti tre cadaveri di donne.<br />
<strong>La polizia ritiene che le vittime siano state adescate nel circuito delle Chat BDSM, dove il sospetto è conosciuto con lo screen name di SLAVEMASTER.</strong></p>
<p><strong>13 Giugno 2000</strong></p>
<p>Vengono riconosciute le prime due vittime: Beverley Bonner, scomparsa sei anni prima. Era in affari con Robinson e si erano conosciuti durante il periodo di detenzione di Robinson (al tempo era bibliotecaria della prigione); Suzette Trouten, adescata via internet in una chat BDSM e portata nel Missouri con la promessa di una donazione di 62.000$. Il suo nome fu poi ritrovato in una lista di agenti della Hydro.Gro, società di proprietà di James Turner, un alias di Robinson.</p>
<p><strong>5 Luglio 2000</strong></p>
<p>Le indagini portano ad un vecchio socio di Robinson che ha confessato di aver ricevuto 50.000$ per reclutare escort disposte a prestazioni di tipo sadomasochistico. Una di queste è Paula Godfrey, misteriosamente scomparsa dopo aver avuto contatti con Robinson.</p>
<p><strong>14 Ottobre 2002</strong></p>
<p>Durante il processo, i giurati chiamati a giudicare il caso, assistono ad una proiezione privata di un videotape filmato durante una sessione bdsm tra Robinson e Suzette Trouten. Nel video Suzette guarda verso la telecamere e si dichiara totalmente schiava di Robinson. Durante la visione del filmato molti giurati si coprono gli occhi. Al termine, si sente la voce di Robinson dire: &#8220;La cosa più importante della tua vita, è essere mia schiava&#8221;</p>
<p>Alla fine le vittime accertate sono 4 (+1) e altre 4 sospette. Potrebbero però esserci moltissime altre donne sepolte rinchiuse in barili in giro per il Missouri. John ha continuato a confessare altri omicidi (non dimostrati) fino alla fine del processo, conclusosi nel 2003. Durante il processo oltre alle accuse di omicidio, gli sono state ascritte inoltre numerose incriminazioni per truffa aggravata, furto, e frode postale.<br />
Durante tutto il processo la moglie Nancy ha assistito alle sessioni in Tribunale sedendo dietro il marito. Incredula di tutto ciò che veniva detto anche quando il marito ha cominciato spontaneamente a confessare i delitti.</p>
<p>Attualmente John è rinchiuso nel carcere di Kansas City, e la sua esecuzione, mediante iniezione letale, fissata inizialmente per il 2005 è stata reinviata a data non definita in quanto proprio nel 2005 la Corte Suprema del Kansas ha reputato le attuali leggi sulla pena di morte incostituzional.</p>
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		<title>Nicholas White</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2009 19:58:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stuart D</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novels]]></category>
		<category><![CDATA[41 ore ascensore]]></category>
		<category><![CDATA[nicholas white]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia vera, corredata dalle immagini delle telecamere del circuito di sorveglianza, di Nicholas White, rinchiuso per 41 ore all'interno di un ascensore del McGraw-Hill building. <strong>Che cosa ha salvato il 34 enne newyorkese dall'inevitabile follia autodistruttiva?</strong>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì, 15 Ottobre 1999. McGraw-Hill Building, New York City. Ore 23.00</p>
<p>Nella città che non dorme mai è del tutto naturale che parte della redazione del <strong>Business Week</strong> si trattenga in ufficio fino a tarda nottata per produrre un inserto speciale dell&#8217;omonimo magazine. Del team fa parte Nicholas White, product manager 34 enne. Nicholas è un fumatore e sarà proprio il richiamo della nicotina a condurlo verso un&#8217;avventura tanto straordinaria (nel senso di &#8217;oltre l&#8217;ordinario&#8217;) quanto psicologicamente cruenta.</p>
<p>Alle ore 23,00 Nicholas si congeda temporaneamente e raggiunge l&#8217;atrio del RockFeller Center (il McGraw è una torre aggiunta al centro nel 1972), a quell&#8217;ora praticamente deserto, per fumare una sigaretta. Tornato nella lobby, sale sull&#8217;ascensore express n. 30, un tipo di ascensore veloce che non si ferma prima di un determinato piano. Il 39esimo, in questo specifico caso.</p>
<p>Inizia la salita ma poco dopo l&#8217;ascensore sobbalza, le luci si spengono, si riaccendono con una breve intermittenza e, non appena tornano stabili, la corsa si interrompe. La pulsantiera emette un suono, una sorta di sibilo, ma ciò non anticipa alcunchè. L&#8217;interphone non pare aver subìto danni ma alla richiesta di assistenza nessuno risponde. L&#8217;allarme funziona ma a parte l&#8217;evidente inefficacia, ben presto si fa largo l&#8217;idea che all&#8217;interno dell&#8217;edificio non sia rimasto nessuno. Con sè, oltre ai vestiti, tre sigarette, che non fumerà, e due Rolaids (farmaci contro l&#8217;acidità di stomaco, che non prenderà per paura della disidratazione). Non ha orologio, non ha il cellulare (è il 1999), non ha acqua, non ha cibo.</p>
<p>Source: <a href="http://www.newyorker.com/reporting/2008/04/21/080421fa_fact_paumgarten">http://www.newyorker.com/reporting/2008/04/21/080421fa_fact_paumgarten</a></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="505" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/p_bMhNI_TY8&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="505" src="http://www.youtube.com/v/p_bMhNI_TY8&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p>Il video, in fast-forward e con l&#8217;ormai classica soundtrack di tipo malinconico-inquietante (un fastidiosissimo standard che si è affermato sulle piattaforme di video sharing da cui ormai pare non si possa prescindere), mostra integralmente le successive 41 ore trascorse nell&#8217;ascensore, al termine delle quali (Domenica, ore 16.00) le porte si apriranno e Nicholas White riconquisterà la tanto sospirata libertà.</p>
<h3>Eppure la follia era dietro l&#8217;angolo&#8230;</h3>
<p>Facile stupirsi e indignarsi guardando gli addetti alla manutenzione che controllano gli ascensori adiacenti (19esima ora) e non si preoccupano di buttare un occhio nella cabina 30, così com&#8217;è impossibile non provare compassione e una strana sensazione di impotenza osservando lo sfortunato protagonista chiedere aiuto, cercare una via di uscita, giochicchiare con quel poco che ha in tasca, dormire, svegliarsi, meditare con la testa penzolante e accasciarsi per terra con chissà quali pensieri a rieccheggiare nel suo cervello. Anche se non si è claustrofobici non è difficile immaginarsi al posto dell&#8217;impiegato newyorkese e lasciarsi cullare da qualche sana speculazione chiedendosi: &#8220;<strong><em>E se fosse successo a me?</em></strong>&#8220;. Nicholas era un colletto bianco, non era un Marine. Non era addestrato per un <em>tour de force</em> mentale di questa portata. Eppure ce l&#8217;ha fatta.</p>
<p>In circostanze simili non sono la fame (3 settimane di resistenza, un individuo in condizioni fisiche normali) e la sete (4-5 giorni) i peggiori nemici. I pericoli maggiori provengono dalla paura e la paranoia, cui la mente, prima della definitiva rassegnazione, risponde con allucinazioni visive ed auditive, panico e angoscia della morte, autolesionismo: in una sola parola, <strong>follia</strong>.</p>
<p><strong>Che cosa ha salvato Nicholas White dalla pazzia?</strong></p>
<p><strong>1. La luce</strong></p>
<p>Molte delle azioni che ha compiuto durante le 41 ore dipendono dalla presenza di luce: aprire le portiere dell&#8217;ascensore, arrampicarsi sui manutengoli cercando salvezza uscendo dalla parte superiore (azione sconsigliatissima in quanto estremamente pericolosa, comunque&#8230;), mimare un &#8220;solitario&#8221; con i pezzetti di carta che ha in tasca, la stessa pressione del campanello di allarme. Azioni di fatto inutili ma che hanno l&#8217;importante scopo di tenere lucida e attiva la mente e fornire qualche breve attimo di speranza.</p>
<p>Lasciando da parte l&#8217;ancestrale paura del buio tipicamente umana, in assenza di luce, e durante un forte stress, la mente di un individuo non allenato a questo tipo di esperienza può in breve tempo attivare una sorta di &#8220;fai-da-te&#8221; dell&#8217;intera percezione dell&#8217;ambiente e della realtà:<strong> allucinazioni</strong> (secondo Karl Jaspers &#8211; <a href="http://www.forma-mentis.net/Filosofia/Jaspers.htm">http://www.forma-mentis.net/Filosofia/Jaspers.htm</a>- , non una distorsione della realtà ma un piano della realtà tutto nuovo, perfettamente sovrapposto a quello oggettivo) <strong>visive e auditive</strong>, fuori da qualsiasi controllo del soggetto rese ancora più nitide dal fatto che devono sovrascrivere la semplice e totale oscurità e il completo silenzio. </p>
<p><strong>2. La conoscenza del palazzo e la consapevolezza dell&#8217;orario iniziale</strong></p>
<p>Per quanto, comprensibilmente, Nicholas abbia poi riferito ( <a href="http://abcnews.go.com/GMA/story?id=4693690">http://abcnews.go.com/GMA/story?id=4693690</a> ) che durante la sua prigionia sia stato sfiorato dall&#8217;idea di morire e per quanto la mancanza di un orologio e della luce solare gli avesse fatto perdere qualsiasi riferimento temporale, lavorava in quel palazzo e presumibilmente lo conosceva bene. Era a conoscenza degli orari lavorativi e dei momenti di maggiore o minore affluenza e sapeva che non era del tutto implausibile che a quell&#8217;ora, e nelle ore successive, con il McGraw vuoto, le sue richieste di aiuto cadessero nel vuoto.</p>
<p>Nella sua mente quindi erano gettate le basi di un fondamentale binomio, <strong>razionalizzare la situazione e porsi un obiettivo</strong>: resistere fino a Lunedì mattina. E per quanto non potesse sapere esattamente &#8220;quando&#8221; sarebbe stato Lunedì mattina aveva un dato di partenza certo: Venerdì, ore 11.00 PM. Per sua fortuna la salvezza è giunta molto prima del previsto, Domenica alle quattro del pomeriggio.</p>
<p><strong>3. Nicholas era solo.</strong></p>
<p>Incredibile a dirsi, ma la presenza di un compagno di sventura, che nei primi venti minuti avrebbe generato in entrambi commenti come: &#8220;<em>Ehi! Almeno ci possiamo fare compagnia</em>&#8220;, in una circostanza estrema come questa si sarebbe rivelata ben presto più un letale svantaggio che un vantaggio.</p>
<p>Quando caratteristiche utili alla vita quotidiana come la cultura, forza fisica, salute, cessano improvvisamente di avere il benchè minimo valore, la sopravvivenza diventa un fatto mentale, soggettivo, privato. Perchè soggettivi sono i modi di adattarsi alla forzata prigionia e i modi per non farsi prendere dal panico. Perchè soggettivi saranno il ritmo sonno-veglia, la resistenza agli stenti, gli appigli mentali cui affidarsi per non crollare. Un microcosmo interiore in cui rifugiarsi in cui c&#8217;è spazio per una sola persona.</p>
<p>In 2 metri quadri, senza acqua e con poco ossigeno sono comunque molte le decisioni importanti che -in caso di condivisione della sventura con un&#8217;altra persona- vanno prese di comune accordo: fumare, suonare il campanello di allarme, urinare, chiedere aiuto, dormire, provare a scappare. Scelte su cui non si può essere in disaccordo, perchè da ognuna di esse dipende la vita stessa del gruppo. E dopo qualche ora, se consideriamo <em>plausibile</em> lo scenario di due menti stressate che combattono con le proprie angoscie dando vita ad un privato ecosistema di emergenza, dobbiamo considerare altrettanto <em>plausibile</em> la possibilità che la convivenza forzata si trasformi nella peggiore e più sanguinosa commedia degli equivoci.</p>
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