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Aluminium

aluminium

Avevo uno specchio. Non un banale e dozzinale ornamento da salotto. Uno specchio magico: assorbiva completamente la mia immagine, risucchiandola dal mondo circostante e me la restituiva piena di gioia, amore, serenità. L’anticipazione di una felicità che ero giunto a percepire tanto vivida e reale da sentirmi commosso ed esitante. Gli insorti corrono verso di te, non rallenteranno neanche in prossimità di angoli ciechi ma, per una volta, non sei loro nemico.

Una sera tornai a casa e lo trovai in frantumi sul pavimento. Nessuno era entrato nel mio appartamento in mia assenza ed ero certo di averlo fissato saldamente, con estrema cura, al muro. Incastri di paura tristezza disprezzo rabbia tormento: vetro e alluminio esplosi disordinatamente in decine di lame informi che non ho mai avuto il coraggio di raccogliere, una per una, e confinare in un’innocua, triste ma catartica, ucronìa.

Oggi è ancora tutto come lo trovai quella sera. Con il tempo ho imparato a conviverci, conosco la posizione anche della scheggia più piccola. Osservo quei frammenti, ma solo per evitarli: ognuno di essi è la minuscola e distorta riproduzione di ciò che era e doveva essere. Inavvertitamente, inevitabilmente, di notte, tentenno nel buio e li sfioro. Lo stomaco si stringe. Ma è un attimo.

Giocare con il gelido alluminio, senza coscienza, come se fosse la prima volta. Maneggiare il vetro tagliente, senza sanguinare. Forse, un giorno.

Stuart D. (15 Luglio 2011)

3 commenti

  1. Angela — 4 settembre 2011 #

    Confesso che ho cercato sul mio piccolo vocabolario il significato della parola ucronìa, naturalmente non c’era. L’ho poi trovato su wikipedia.
    Non so se questo sia un mero racconto o se rifletta un vero stato d’animo dello scrittore. La cosa curiosa è che in questi giorni ho ritrovato un foglietto su cui avevo scritto delle frasi, riposto in un quaderno. Di solito butto via quello che scrivo. In modo simile, ma anche differente, scrivevo di un buco molto profondo con pareti interamente coperte di specchi. Nel buco ci sono io, e l’immagine riflessa dagli specchi è quella di ciò che vorrei essere, la vita che vorrei avere. Da qualunque parte mi giri vedo solo me stessa, inutile dirlo, migliore di quello che sono, egoisticamente non vedo nessun altro.
    Se lo specchio del protagonista del racconto (o dello scrittore) si è rotto allora forse è meglio così, meglio cocci che potrebbero far male, da raccogliere e buttare e non da guardare con una sorta di rimpianto. Il mio specchio è sempre lì, non ho la forza di romperlo e so che non si romperà da solo; cambiano le situazioni ma il filo conduttore della vita che potrebbe essere è sempre lì, è questa l’ucronìa che intendevi?
    Mi piace il tuo racconto, mi sorprende sempre leggere parole e pensieri che mi appartengono e che annullano in parte la distanza tra esseri sconosciuti e diversi, o diversamente uguali.
    Grazie e scusa la prolissità. Angela

  2. Stuart D — 15 settembre 2011 #

    @ Angela:

    A due anni un bambino riconosce per la prima volta se stesso riflesso su uno specchio. Da quel momento, e per il resto della sua vita, sarà il suo punto di riferimento quando si vestirà, si pettinerà, si motiverà.
    Il più sottile degli autoinganni: si imbelletta l’immagine uguale ed opposta a quella reale. Un’illusione tanto radicata da, talvolta, non riconoscersi nelle foto.
    Un clichè della mente e dell’occhio che spesso porta a tragiche conseguenze, come la distorta percezione della propria immagine: più grassa, più magra, più brutta, più bella.

    Il protagonista non è altro che una vittima di questa truffa. Ha dipinto attorno al suo doppio un’esistenza parallela reale, materica, contagiosa. Ma la realtà, improvvisamente, ha avuto il sopravvento.

    E no, non è autobiografico. Nasce da un terreno realmente esistente: lo specchio barocco che campeggia nella sala e la mia masochistica tendenza all’autocritica. Ma sono razionale abbastanza da capire che quell’immagine riflessa su cui mi incanto è un alter ego puramente funzionale a non farmi uscire di casa con la barba incolta o con una macchia sulla camicia.

    Stuart D.

  3. Angela — 26 settembre 2011 #

    Scusami, non era mia intenzione ricevere una conferma sulla natura autobiografica del racconto.
    Sono d’accordo con te, lo specchio riflette un’immagine, l’occhio la percepisce e il cervello la elabora, e su tutto questo influisce il nostro stato d’animo: se siamo a terra ci vediamo uno schifo mentre se siamo al settimo cielo tutti i difetti scompaiono. E se siamo sereni e in uno stato di equilibrio cosa vediamo? Semplicemente noi stessi? Io non lo so… ma so che è facile quando il ritmo della vita scorre e arranco per starle dietro pensare che l’immagine dello specchio sia quella di una persona migliore, e perdermi per un po’ in quella fantasia irrazionale, cercando comunque di evitare che diventi un’abitudine deleteria o peggio ancora una truffa.
    Angela

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