Been [ever] tasting her.

Published On 20 agosto 2009 | Memorabilia | di

Milano. Ore 23,09. Camera d’albergo. Sul letto il mio corpo e il mio entusiasmo cinico e ingenuo. Sparsa per la stanza un po’ della mia vita: un notebook in stand-by, vestiti Armani, un paio di Nike, telefono cellulare e poco altro.

Sono le undici passate e c’è la mia testa, tra le sue gambe. Ho la lingua tesa e quasi dolorante e i miei gemiti sono in realtà un maldestro tentativo di partecipare alla sofisticata colonna sonora che accompagna i nostri movimenti. Nella mia mente l’immagine vivida di una mosca che ronza su una merda.
Lei mi lascerà giocare con il suo corpo e in cambio le porgerò il mio cuore, che sarà una tela su cui, emulando Fontana, praticherà dei profondi tagli.
E’ arte concettuale anche questa.

Il fatto che abbia abusato di alcool e antibiotici e mi ritrovi un uccello inservibile è tutto sommato un fattore secondario, una contingenza temporanea indegna persin di fungere da alibi. Sarà la prossimità a quel luogo caldo e umido da cui l’esistenza stessa ha inizio, ma non riesco a non pensare (ossessivamente) che la vita è stronza. Semplice e stronza.
E’ meditazione trascendentale anche questa.

La mia bocca viene risucchiata dentro fino all’utero, infilo anche la testa, mi stringo nelle spalle e penetro con tutto il torace, con la strada spianata è uno scherzo scivolare più in profondità, bacino, cosce, gambe e infine i piedi. Ora, solo ora, mi sento davvero protetto. Da me stesso, innanzitutto.

Milano. Ore 23,49. Ha un orgasmo. La osservo. E’ bellissima. Lei mi osserva come se stesse ammirando la sua opera d’arte meglio riuscita. Se potesse, piangerebbe; e sono certo che intimamente, segretamente, una piccola lacrimuccia dagli occhi verdi è scesa. Gli artisti, quelli veri, piangono dinnanzi alle loro creazioni. Perchè in ogni quadro un pezzo della loro anima si stacca e va ad abitare, per sempre, sulla tela, diventando la diapositiva più realistica del loro inconscio. Gli artisti anelano l’immortalità morendo un po’, giorno dopo giorno. Inginocchiato, il volto profuma di lei e il sangue che sgorga dal mio cuore graffiato rende ancor più colloso e fastidioso il contatto con le lenzuola.

Ripercorro, in rapida sequenza, il succedersi degli avvenimenti che mi hanno portato qui stanotte. La prima volta che la vidi fu la prima volta che scappai dinnanzi ad una donna. Troppo bella, troppo profonda. Lei era uno dei complicati marchingeni di cui si serve la vita per comunicarti -non senza un briciolo di autocompiacimento- che non vali un cazzo.
Lenti passarono i giorni, durante i quali cercai di estrarre la spada da cui ero stato trafitto. Ma questa sera ero troppo arrabbiato per sentirmi vulnerabile. Avrei affrontato anche la morte, se la morte avesse avuto il coraggio di affrontare me. Così ho affrontato lei. La teoria del caos: mutamenti, anche infinitesimali, delle condizioni iniziali di un sistema possono causare estreme conseguenze.

Milano. Ore 00,29. Luci spente. C’è la sua testa, sul mio petto. Sdrammatizzo il buio disegnando con l’indice piccole lettere sulla sua schiena. Ancora mesmerizzato da uno strano profumo di agrumi sudati mi accorgo di aver scritto “palindromo”, per ragioni a me tutt’ora ignote.

“Ti amo”.
“Ti amo”.
“Non offenderti se dormendo mi allontanerò”, mi sussurra.
“Non preoccuparti”.
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Originalmente pubblicato nel 2007 su “U l t r a t a s t e d “.

Riferimento su Archive.org (Wayback Machine), 1 Novembre 2007

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