Negli ultimi anni c’è un argomento che monopolizza, o quasi, le pagine di una certa stampa antiglobalista: l'”occupazione”, virgolettato obbligatorio, di ampie aree della Patagonia da parte di multinazionali, uomini di affari, attori e istituzioni religiose a scapito delle popolazioni che in quei terreni hanno visto la loro origine e il loro sviluppo.

Queste terre sono, in particolar modo negli ultimi anni, scenario di scontri, occupazioni e rivendicazioni da parte delle popolazioni locali (in particolar modo i Mapuche).

Introduzione

La storia che, puntualmente, viene raccontata è tuttavia sostanzialmente diversa dalla realtà. La situazione dei Mapuche (in lingua mapuzungun “Gente della Terra”) in Patagonia ha origini antiche, risalente ai tempi delle colonizzazioni, e la divisione tra “buoni” e “cattivi” non è così netta come si vorrebbe far credere. In tempi di forte polarizzazione delle discussioni, in cui tutto è bianco o nero, destra o sinistra, allarmista o negazionista, si sta perdendo quello che, pur in un’epoca in cui le informazioni sono liberamente accessibili, è il desiderio, il culto, per l’approfondimento. I confini della verità non sono mai così netti e distinti e i media hanno pesanti responsabilità nel presentare opinioni travestite da fatti e fatti travestiti da opinione.

A questo aggiungiamo una sempre più ampia fetta di utenti dell’informazione che, sempre più affetti da una ADHD indotta, non è più interessata ai “fatti”, ma solo di una voce abbastanza convincente che la trascini da una sponda o dall’altra: non esistono più lettori, esistono i “tifosi”.

Facciamo un passo indietro per un brevissimo ripasso di storia della Patagonia

In Argentina e Cile si parla spagnolo per un motivo preciso: quest’area scoperta da Magellano infatti fu, tra le altre, attenzionata dai Conquistadores spagnoli per quasi tutto il 1500 (1520-1584, per esattezza). Seguirono spedizioni scientifiche inglesi e l’espansione cilena e argentina, costituitesi nazioni indipendenti nel XIX secolo, dopo aver “rosicchiato” territori sempre più vasti alle popolazioni indigene.

I Mapuche si sono trovati un po’ in mezzo alla spartizione Cileno-Argentina delle terre della Patagonia, trovandosi separati da confini nazionali che prima non esistevano: ad oggi i Mapuche sono distribuiti, approssimativamente, 2/3 in Cile e 1/3 in Argentina.

Da un punto di vista puramente agricolo, la Patagonia presenta un paesaggio spesso brullo, semi desertico, stepposo e largamente inospitale. Fighissimo farci i turisti, certo, ma sfido chiunque a desiderare di trasferirvisi in pianta stabile. Si adatta, con un po’ di creatività, all’allevamento e alla pastorizia, ma non è molto fertile.

Argentina e Cile, a seguito dei deliri di onnipotenza e di espansione di un paio di secoli prima si sono quindi ritrovate con lande improduttive, impossibili da mettere a reddito se non con il turismo. Paesaggisticamente parlando, infatti, la Patagonia è imponente, unica, qualcosa che non c’è in nessun’altra parte del mondo.

La scoperta della Patagonia come meta turistica di massa, a partire dagli anni ’80, ha fatto venire all’Argentina un’idea: mettere in vendita la Patagonia. Economicamente per il governo era un affare: CASH subito, e incassi periodici assicurati dal versamento della tasse da parte dei nuovi proprietari.

La bellezza e la vastità di queste terre, unita ad un prezzo di acquisto vantaggioso, attirò sin da subito facoltosi investitori: l’attore Sylvester Stallone, ad esempio. Seguito da Jeremy Irons e Michael Douglas. Ma anche il magnate Ted turner e, com’è noto, Benetton che acquistò, legalmente, da privati, una vasta area nel 1991, durante il governo Menem.

Ognuno di questi acquisti, più (molti) altri che non menziono perché non funzionali alla corretta narrazione dell’argomento, è perfettamente legale per il governo argentino.

La controversia: diritto privato vs diritto ancestrale

Cos’è il diritto ancestrale? E’ il diritto, non riconosciuto dalle Leggi vigenti in Argentina, acquisito dalle popolazioni indigene della Patagonia, Mapuche in primis, di vivere e disporre di un determinato territorio in quanto abitato e occupato da sempre.

Fino a che la Patagonia è stata lasciata a se stessa e i Mapuche hanno potuto risiedervi senza alcuna sostanziale limitazione non vi sono stati problemi. Le contestazioni sono sorte quando, negli anni ’90, i nuovi proprietari di aree della Patagonia hanno, comprensibilmente, rivendicato l’uso esclusivo delle terre acquistate.

Ancora oggi, ne riferisce ANSA, i Mapuche contestano l’occupazione delle terre dando vita a proteste e manifestazioni. Ultima, in ordine di tempo, quella contro il vescovado di San Isidro (periferia nord di Buenos Aires)

Benetton e i Mapuche

L’area più vasta, circa l’1%, della Patagonia è stata acquistata dal Gruppo Benetton (Compañía de Tierras Sud Argentino S.A.) nel 1991 da privati argentini. Insediandosi in un territorio così vasto, era pressoché improbabile che le attività produttive, prevalentemente legate all’allevamento, non coinvolgessero i Mapuche.

E vi sono state, negli anni, contestazioni proprio nei territori detenuti dalla famiglia veneta. Nello specifico: Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir nel 2001 occuparono per 39 giorni centinaia di ettari di Compañía de Tierras Sud Argentino S.A. L’area fu sgomberata -senza incidenti- dalle forze di polizia argentina.

La questione del diritto ancestrale dei Mapuche di occupare quelle terre risale ad almeno 500 anni prima dell’insediamento delle attività economiche di Benetton.

L’idea che la Patagonia, quantomeno la parte argentina, sia una polveriera che da un momento all’altro potrebbe ospitare una rivolta sanguinosa però è un’esagerazione giornalistica: la maggior parte dei Mapuche che vivono nelle aree di proprietà Benetton, infatti, è perfettamente integrata nelle attività produttive di Compañía de Tierras, vive in quelle terre, vi lavora, e beneficia delle opere di urbanizzazione (in primis: ospedali e scuole).

Del resto, puntare il dito contro “l’oppressore straniero capitalista” è facile, fa vendere copie dei giornali o attirare click sugli advertising. Ma questo cliché, accessibile e condivisibile, si scontra con i fatti e la logica.

Chi acquista, legalmente, un terreno e lo vuole mettere a reddito impiantandoci un’attività produttiva da un lato ha il sacrosanto diritto di pretenderne l’uso e accesso esclusivo, dall’altro non può non confrontarsi con la realtà locale, provvedere all’installazione di servizi e infrastrutture per i lavoratori e farsi carico dell’urbanizzazione.

Se l’uso esclusivo di un bene è un diritto originario che sorge in capo al titolare, il suo utilizzo ‘pacifico’ e socialmente sostenibile attiene alla sua conoscenza del territorio e al rispetto delle Leggi, anche quelle “ancestrali” o legate ad usi e costumi locali.

Benetton, che dell’impegno sociale ha fatto una bandiera (ricordate “United Colors of Benetton”? Praticamente avevano inventato l’antirazzismo prima ancora che diventasse… trendy! 🙂 ), contrariamente a quanto affermano molte cronache, non è insensibile al problema Mapuche di quelle terre. Del resto, i Mapuche costituiscono una fetta importante della forza lavoro di Compañía de Tierras (al momento 600 persone circa).

Così, nel 2004 Benetton acquistò, mediante Cia de Terras, un appezzamento di 7500 ettari di terreno fertile nella zona di Pietra Parada: un’area costeggiata da un fiume (un “plus”, in quelle zone) destinata ad essere donata -tramite atto pubblico- ai Mapuche, che ne sarebbero diventati titolari non solo ancestralmente ma anche legalmente. Un’operazione di marketing furbetto? Chissà, forse. L’offerta, alla parte di Mapuche più integralista, di fumare insieme il proverbiale calumet della pace? Anche, non lo sapremo mai. Non sono qui a santificare i Benetton, ci mancherebbe! Di certo, anche per avere maggiore eco mediatica, serviva un “testimonial”: un mediatore super partes, ma vicino ai Mapuche, che sancisse questa donazione. Ad oggi, pur dopo numerosi tentativi, questa transazione non ha ancor avuto luogo.

In conclusione

La questione Mapuche in Patagonia è un problema vecchio di 500 anni e risale all’occupazione Spagnola.

Il motivo di manifestazioni e scontri (che per inteso non riguardano solo i territori detenuti dai Benetton) è che dopo l’autorizzazione alla messa in vendita di vaste aree della Patagonia, privati argentini e inglesi che detenevano legalmente questi terreni ma non se ne facevano nulla (il territorio è largamente improduttivo), se ne sono liberati e attori e multinazionali sono accorsi in massa.

E se in passato i Mapuche potevano pacificamente occupare queste terre, vantando il “diritto ancestrale” (in realtà: ai precedenti proprietari non gliene poteva fregare di meno), dagli anni ‘90 hanno dovuto aver a che fare con proprietari che il senso di proprietà privata ce l’avevano ben chiaro.

Il problema, quindi, è assai più complesso di quanto certa stampa vorrebbe far credere e riguarda la Legge, la cultura (per gran parte degli argentini i mapuche sono visti come “indios cileni“), la tradizione, l’economia.

Non meno importante: le contestazioni che avvengono in Argentina (dove Benetton manda avanti le sue attività) sono per lo più incruente; nulla di paragonabile a quelle che avvengono in Cile, dove la popolazione Mapuche è di 600.000 persone (2/3 vivono in Cile) e che a seguito delle Leggi di Pinochet (1915-2006), tutt’ora in vigore, molti capi di questo popolo sono perseguitati come veri e propri terroristi.

Fonti e approfondimenti

Diritto Ancestrale

Benetton e Mapuche (Comunicato stampa ufficiale)

Benetton il rapporto con i Mapuche e l’operato in Patagonia

Benetton, Mapuche, Diritto ancestrale e… la crisi mondiale (dell’informazione)

Category: asides
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